Dopo Expo, all’Italia compito decisivo

Dopo Expo, all’Italia
compito decisivo

L’Expo sta per chiudere dopo 6 mesi vissuti nel segno del mondo globale e inizieranno i bilanci. I dati sono buoni, anche al di là delle attese, come gli oltre 21 milioni di visitatori. Orgoglio italiano. L’Italia esce bene da questa prova di maturità, anche perché l’esposizione universale ha agganciato i primi segnali di ripresa economica, anzi ne è stata parte. Problemi, anche seri, ci sono stati, ma sono state smentite le previsioni di chi riteneva che non ce l’avremmo fatta. Guai però, come avverte il ministro Martina, a fermarci al solo indotto economico e alla misura quantitativa.

C’è un’eredità che coinvolge, perché Expo, con la Carta di Milano firmata da oltre un milione di persone e consegnata al segretario dell’Onu Ban Ki-moon, s’è data un mandato impegnativo: l’affermazione del cibo come diritto umano fondamentale e «fame zero» come obiettivo globale. Non solo vetrina dei territori, fiera del cibo e dello svago, ma un progetto civile ed è la prima volta nella storia dell’esposizione universale: una scelta politica per poter abbracciare un’epoca in tutta la sua complessità, uno squarcio su uno dei temi decisivi del nostro tempo, un luogo per mettere in relazione Paesi distanti e in conflitto fra loro. La Carta ha ricevuto plauso e alcune critiche, perché nel documento non ci sarebbe la voce dei poveri: bella sì, ma con poca anima? Tutto si tiene e anche le critiche vanno osservate come un contributo di chi sta sul campo.

Del resto di fronte allo scandalo della fame occorre essere esigenti: per 200 milioni che negli ultimi 25 anni hanno vinto questo flagello, altri 800 – se vi sembrano pochi – soffrono l’accesso al cibo. Però la gestione italiana di Expo ha cercato di irrobustire una tendenza in atto, di spostare energie e intelligenze verso la discarica dell’umanità, collocandosi sulla frontiera global dei nuovi obiettivi dell’Onu e alla vigilia della conferenza di Parigi sul clima: la sicurezza alimentare come leva diplomatica che entra nei dossier dei Grandi non come ospite, ma presenza fissa.

Siamo più consapevoli che le tragedie attorno a noi ci riguardano e l’Occidente, nonostante i muri, conosce lo sguardo lungo dell’integrazione. Nel disordine mondiale sappiamo il nesso tra fame, povertà e guerre e che occorre ripensare il cibo e le politiche che lo governano. Nei prossimi anni la popolazione aumenterà e bisognerà rispondere ad una domanda di cibo crescente. Nel frattempo giganti come Germania, Cina e Russia sono in pieno inverno demografico, mentre la popolazione della fascia subsahariana crescerà a ritmi spettacolari. Un mondo troppo complicato non può essere letto con giudizi ultimativi. I dati dicono che va un po’ meglio, o comunque meno peggio, e che la stessa Africa non è più un continente perso, benché aree consistenti che escono dall’economia di sussistenza e che crescono convivono con tante altre prigioniere della miseria più nera. Una contraddizione resa visibile dalla migrazione economica. In uno scenario che sta cambiando, l’Italia ha messo il radar nella direzione giusta. Lo ha fatto con l’estro italico e con il saper fare e mettendo a disposizione il proprio capitale geopolitico: il territorio, ovvero essere un ponte di cooperazione fra Europa, Africa e Medio Oriente. Una vocazione naturale. Se durante la guerra fredda presidiavamo la postazione avanzata dell’America sul fianco sud dello schieramento atlantico, oggi cambia la natura della missione, portandoci nella prima linea delle nuove fratture. Ora conosciamo meglio il nostro compito, fra opportunità e rischi.


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