È il debito il vero banco di prova del Governo

È il debito il vero banco
di prova del Governo

Alla chiusura dei mercati questa settimana il differenziale fra Bund tedeschi e Buoni del tesoro poliennali (Btp) ha toccato i 270 punti. Tradotti in euro fanno circa 5 miliardi in più da mettere nel conto. L’insicurezza ha il suo costo. Con il nuovo governo si è creata una condizione di instabilità che a maggio ha fatto registrare un balzo dello spread al 3%. Salvo poi acquietarsi dopo le dichiarazioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria. L’euro non si tocca fu il messaggio ed era ciò che i mercati finanziari volevano sentirsi dire.

L’esercizio della sovranità si può esercitare in modo mediaticamente efficace limitando gli ingressi dei migranti ma funziona poco in politica economica quando si ha un mega debito come quello italiano. E qui non c’entra l’orgoglio nazionale. Se una famiglia spende più di quel che guadagna, e questo per anni, va da sé che i creditori busseranno alla sua porta. Ci si può impietosire per il suo destino ma è certo che il futuro non le appartiene. L’Italia da decenni è a sovranità limitata e il vero convitato di pietra alle riunioni che contano sono i mercati. Speculatori che, come in questi giorni, giocano al ribasso, aspettano un passo falso del governo per vendere all’impazzata. Gli italiani in agosto sono in vacanza ma a Londra, New York e dintorni sono tutti ai posti di combattimento in attesa dell’ennesima battaglia sul debito italiano. Condannarli può aiutare la buona coscienza di sé, forse può anche portare voti ma di certo non migliora i conti. Il governo in carica ha scontato le turbolenze di un esordio burrascoso.

Nel novembre 2011 quando lo spread raggiunse il 5% il governo Berlusconi dovette dimettersi. La crisi segnava l’insostenibilità finanziaria dei conti pubblici italiani. Al momento dell’investitura del governo Conte ha prevalso il carattere politico. I dati lasciati in eredità dall’ex ministro dell’economia Padoan potevano essere messi a rischio da un’uscita dall’euro e da programmi elettorali di difficile se non impossibile realizzazione. Ancora ieri il vice presidente del Consiglio Salvini ribadiva «Euro o Schengen? Solo la morte è irreversivibile» ma ormai tutti sanno che la nuova manovra di bilancio per il 2019 non prevede salti mortali. Nella dichiarazione del 3 luglio scorso il ministro Tria ha detto espressamente che il debito pubblico deve scendere e il deficit strutturale non salire. Nessuno si é sentito in dovere di smentire. Ed anche i dioscuri del governo, seppur controvoglia, non vanno oltre. Se tutto quindi si svolge all’insegna della continuità perché i mercati allora sono in agitazione? Dal rischio politico si è passati a quello economico.

La crescita rallenta e soprattutto la Banca Centrale Europea cesserà a fine anno di acquistare titoli di Stato. Il che vuol dire che verranno meno gli stimoli finanziari finora garantiti . Per il 2019 si deve mettere in conto un aumento tendenziale del deficit in ragione dell’aumento degli interessi pagati sul debito e del rallentamento del prodotto interno lordo. Niente di tragico se non si avesse un fardello che grava per il 132% del Pil. Di questo il 40% circa è detenuto da investitori stranieri. La domanda che questi soggetti esterni alla sovranità della Repubblica italiana si pongono è: può la crescita del Paese inferiore al 2% sostenere un peso di interessi in aumento? E poi è in grado questo governo di garantire un percorso di risanamento economico- finanziario tale da permettere una crescita sostenibile? Ecco perché la questione del debito è la madre di tutte le battaglie per la sovranità del Paese. Per chi giustamente combatte le distorsioni della globalizzazione la via maestra è una sola: niente promesse mirabolanti, solo duro lavoro.


© RIPRODUZIONE RISERVATA