Europee, le ricadute interne verso il voto

Europee, le ricadute
interne verso il voto

Ormai tutti hanno capito che siamo in campagna elettorale. L’anno prossimo, a marzo, andremo a votare per il Parlamento europeo e tutto ciò che accade sul piano politico interno (ma anche internazionale) va letto in questa chiave. Prescindiamo in questa occasione dalla considerazione su cosa una politica da comizio comporti sul piano della concretezza amministrativa e di governo. Concentriamoci piuttosto sulle poste in palio. La prima è di tipo europeo. A marzo i populisti e/o sovranisti di tutta Europa daranno l’assalto al «sistema».

Avranno di fronte degli avversari molto indeboliti: le due famiglie politiche tradizionali sono ai minimi, i socialdemocratici rischiano di sparire, tra i popolari si avvantaggeranno l’ala destra dell’ungherese Orban o dell’austriaco Shulz. Il potere della Merkel da tempo è diminuito, la Commissione è trascinata nell’inedia dalla consunzione anche fisica del presidente Junker. Resta Macron, che pure ha i suoi bei guai col consenso interno. E proprio contro Macron l’attacco partirà soprattutto dall’Italia: da Salvini, anzitutto, insieme a Orban. Ma anche dai grillini. Lo stiamo vedendo proprio in queste ore. Il governo giallo-verde italiano è all’avanguardia di questa battaglia contro Bruxelles, è anzi l’esperimento in corso: non può fallire. M5S e Lega faranno di tutto in questi mesi per rastrellare più voti possibili e dimostrare che Roma è un esempio per tutti. In questo Salvini e Di Maio camminano insieme. Salvini ha un partito compatto ai suoi ordini, Di Maio deve fare i conti con malumori interni ma l’obiettivo è comune. Poi c’è una posta tutta interna. Chi sarà, tra leghisti e grillini, ad aggiudicarsi la corona della vittoria? Ricordiamo che alle europee si vota con il sistema proporzionale: un partito vale tanto quanti voti prende da solo. Alle ultime elezioni il M5S quasi doppiava la Lega. Ma dopo soli pochi mesi tutti i sondaggi ci dicono che la situazione è molto cambiata. Oltretutto con una Lega ancora in crescita e un M5S in sofferenza. Il giorno dopo le europee, a livello di maggioranza e di governo - posto che si arrivi a marzo così come siamo adesso - si ridiscute tutto. Anche il presidente del Consiglio, ovviamente. In qualunque sistema politico del mondo (non scandalizziamoci di questo) in una situazione del genere i partiti fanno ricorso a tutti i mezzi per vincere. Ogni argomento di propaganda va bene se porta voti: da questo punto di vista è chiaro che né grillini né i leghisti sono disarmati. E l’opposizione di sinistra è alle corde.

Salvini ha scelto i migranti come grimaldello per far saltare l’Europa («questa» Europa, dice lui). Ogni braccio di ferro con Bruxelles e con i partner è tutto fieno in cascina, ogni polemica con Macron una benedizione, persino le azioni giudiziarie sono «medaglie da mettersi al petto». La sicurezza e la lotta ai clandestini sono i cavalli di battaglia salviniani e non potranno che essere lanciati al galoppo nei prossimi mesi. La campagna ha oltretutto un vantaggio: è una promessa politica che si può attuare a costo zero, senza mettere a rischio i conti dello Stato e litigare con il ministro Tria. I grillini hanno altri scalpi da cacciare: il crollo del ponte di Genova ha offerto loro su un piatto d’argento i concessionari di servizio pubblico, i «prenditori» come li chiama Di Maio. Ma non bisogna dimenticare nemmeno i pensionati «d’oro» e, naturalmente l’Europa e i suoi vincoli: l’annuncio di un sforamento del tetto del 3%, o anche il rifiuto di versare le nostre quote se a Bruxelles non ci danno retta, sono argomenti ottimi sotto il profilo della campagna elettorale. Il capolavoro poi si raggiunge quando arriva l’arcigno commissario tedesco - sulla cui intelligenza si potrebbero nutrire seri dubbi - a ricordarci con accento teutonico che ci multerà se non facciamo i compiti a casa. Ecco dunque cosa ci aspetta fino alla prossima primavera.

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