Famiglia in crisi La Chiesa rilancia

Famiglia in crisi
La Chiesa rilancia

A chi interessa il Sinodo e l’argomento in discussione? Tutto fa pensare che questa volta se ne parlerà di più, nella Chiesa, certamente, ma anche fuori. Il tema del matrimonio e la possibilità che la Chiesa possa «aprire» sulle coppie dei divorziati e risposati suscita interesse, anche nell’opinione pubblica. Ma, a ben pensarci, si tratta di una situazione paradossale. L’argomento interessa molto, ma è il matrimonio a interessare poco. Ci si sposa sempre di meno, infatti, e, soprattutto ci si sposa sempre di meno in chiesa.

Tutti i dati, con qualche leggera variazione, confermano una profonda disaffezione al matrimonio sia civile che religioso, con un aumento vertiginoso delle convivenze. Lo dicono i dati Istat per l’Italia nel suo insieme. Ma basta chiedere al parroco di un qualsiasi paese della nostra diocesi. Il fenomeno non conosce eccezioni. Il paradosso del Sinodo che si apre in questi giorni in Vaticano è dunque presto detto: si parla del matrimonio, proprio mentre ci si sposa di meno. Paradosso, certamente, ma fino a un certo punto. Di un certo tema si parla proprio quando le certezze traballano. Almeno nella Chiesa è già successo, e spesso. Nella Chiesa si è parlato di sessualità, di politica, di economia… soprattutto quando la sessualità, la politica, l’economia sono andate in crisi.

Dunque si parla del matrimonio proprio perché c’è la crisi e se ne parla proprio per dare una qualche risposta alla crisi. In effetti, facciamo un istante mente locale sul problema. Una parrocchia, una qualsiasi, vent’anni fa, celebrava, poniamo, trenta matrimoni all’anno. Quella stessa parrocchia adesso, con una popolazione notevolmente aumentata, ne celebra due, tre all’anno. Ma quella parrocchia non ha visto diminuire soltanto i funerali. Meno gente va a Messa, meno gente fa battezzare i propri bambini, meno gente si confessa. In altre parole la Chiesa tutta ha perso di peso, si è assottigliata. Dunque i pochi matrimoni sono in sintonia con la «poca» Chiesa.

Questo spiega qualcosa del dibattito in corso. E spiega qualcosa degli atteggiamenti più generali della Chiesa. Fino a non molto tempo fa, fino a Papa Wojtyla compreso, con il cardinal Ruini a capo della Cei, si parlava di «valori non negoziabili». In altre parole su alcuni temi caldi la Chiesa rifiutava di venire a patti. Ovvio che la Chiesa poteva rifiutare di venire a patti se sapeva di essere sufficientemente forte, tanto da imporre il suo punto di vista o da far rumore anche quando non riusciva ad imporlo. Ora è venuto meno proprio il sentimento di quella forza, anche perché, semplicemente, è diminuita la forza. L’unica forza di cui la Chiesa di Papa Francesco parla è quella del Vangelo, che porta i cristiani a servire gli uomini, soprattutto quelli delle «periferie» e non a trattare da posizioni di forza con la società e i governi. E di valori non negoziabili non si parla più.

Questa situazione generale la si ritrova anche nella crisi del matrimonio. Detto in termini un po’ rozzi, si deve constatare che il matrimonio in chiesa lo celebra ormai soltanto chi ne è convinto. Come per la Chiesa non c’è più la forza dei molti, ma la forza dei pochi che ci credono. I pochi matrimoni religiosi ricordano che l’ideale matrimoniale del Vangelo è alto, impegnativo, oltre che bellissimo. Ma non tutti possono capirlo e soprattutto pochi possono tentare di viverlo.

Sicché anche la grande discussione del Sinodo diventa interessante. Almeno per una semplice ragione: l’ideale cristiano del matrimonio è alto, ma, proprio per questo, è soggetto a insuccesso. Se la Chiesa cambierà verso chi ha divorziato e si è risposato lo farà perché sa di che cosa è annunciatrice. Sarà una Chiesa misericordiosa, tanto più misericordiosa, quanto più conosce l’altezza vertiginosa dell’ideale.

Ma nello stesso tempo la Chiesa continuerà, ostinatamente, ad annunciare la bellezza di un amore umano che diventa niente meno che immagine dell’amore di Dio. L’importante, a quel punto, non è che tutti arrivino lì, ma ci arrivino alcuni, quelli che ci credono, appunto, disposti a vivere l’incredibile avventura.


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