Federer, la normalità di un vero fuoriclasse

Federer, la normalità
di un vero fuoriclasse

Sarà anche retorica, ma ci sono momenti in cui la retorica atterra nella realtà. La bellezza dello sport si concentra in quelle lacrime di Roger Federer dopo l’ultimo punto. Anche a lui, il campione dei campioni, probabilmente il più grande di tutti i tempi, salta il tappo della commozione quando l’arbitro dichiara game, set and match sotto il sole di Melbourne. Anche a lui, che pure finali così ne aveva vinte già diciassette. Anche a lui, abituato a tutto. Persino a lui, che in un anno in giro per il mondo porta a casa una sessantina di milioni di dollari.

La bellezza dello sport è tutta lì, quando talento, capacità e cervello incrociano la strada col cuore, e scopri che il campione dei campioni è così simile a te, nonostante tutto. Solo che tu magari ogni tanto vedi il «tuo» campo e vorresti scappare, mentre Federer no: prima di servizio, dritto a uscire, palla corta. Quindici zero.

La storia di questo trionfo, per chi segue e ama il tennis, è un po’ il lieto fine di un sogno che dura da sempre. Perché quando il fuoriclasse diventa «vecchio», il tifo per lui diventa quasi solidale. Federer ieri, ma ricordiamo l’ultimo Sampras, l’ultimo Mac, così come l’ultimissimo Connors, nella memorabile edizione 1991 degli Us Open. Trentanove anni e una carriera da odiatissimo: arrivò in semifinale trascinato da un tifo assordante, abilmente cavalcato, anche al di là dei confini della sportività. Cose che Federer non oserebbe mai. Lo stesso capitò a Edberg, verso fine carriera: amatissimo, specie sulle tribune di Wimbledon, nella speranza, forse, di rivederlo come un tempo piazzare una volée di rovescio che al campo del circolo non avresti nemmeno immaginato.

Favole uscite dal cassetto dei sogni, e lì rientrate a forza. Forse solo Agassi, proprio a Melbourne, nel 2003, aveva bussato alla porta della grande storia dello sport. Ma ci voleva Federer con le sue lacrime da fuoriclasse per bene per strapparci dalla tastiera questo fiume di sacrosanta retorica. Lo guardino i maestri di tennis, che ormai insegnano tutti la stessa cosa: non servono per forza due mani, per fare ciò che s’è sempre fatto con una. Lo guardino i ragazzini: in campo, e non solo nel tennis, si sta così. Non si deve per forza esultare inventandosi il siparietto del giorno: si può anche «solamente» gioire. Lo guardino tutti quelli che se vincono è merito loro e se perdono è colpa degli altri: Roger Federer non è solo un fuoriclasse per talento, lo è per lo stile. Sono vent’anni che ci raccontano che è gelido come uno svizzero, che sembra una sfinge, che si tiene tutto dentro. Forse, in sintesi, è solo un campione educato, e vien da pensare che siamo messi talmente male, a educazione, che quasi stupisce uno che vince senza mandare a quel paese il resto del mondo, come se oltre all’avversario avesse sconfitto anche il più grande complotto della storia. Ha perso tante volte contro Nadal, ma ha sempre saputo sorridere, ringraziare, complimentarsi con l’avversario. Ed è ripartito, dando appuntamento all’anno dopo come ha fatto ieri, nonostante fosse quello, forse, il momento ideale per annunciare l’addio. Ma non è uomo da colpi di teatro: se deciderà, ci sarà tempo e modo.

Ecco perché ieri il mondo tifava per Federer: perché nel suo essere il più forte, il più bravo e forse il più «longevo» tennista della storia, è anche il più normale. Non vive a Dubai o a Miami o chissà dove, ma nella normalità della sua Svizzera. Ha una moglie che non fa la modella, ha fatto due figlie e poi due maschietti, a colpi di coppie di gemellini. E scommettiamo: uno come lui, dev’essere campione anche di cambio di pannolini. L’unica specialità in cui ci sentiremmo di sfidarlo, e sperare in un quindici pari.


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