Gli «altri» immigrati della porta accanto

Gli «altri» immigrati
della porta accanto

Nella fotografia della Francia che domenica ha vinto i Mondiali di calcio, scattata prima del fischio d’inizio, emerge un’evidenza: cinque calciatori su undici sono di origine africana. Tanto è bastato perché su Facebook, a fine partita, comparisse l’immagine con la didascalia «Ha vinto l’Africa». Ma dietro l’ironia c’è la storia. Quei calciatori di origine africana sono cittadini francesi a pieno titolo, rappresentanti di comunità che appartengono al Paese d’Oltralpe da più generazioni. In Francia s’incontrano impiegati di banca, poliziotti o dirigenti d’azienda d’origine africana. Un segno d’integrazione ma anche di un’immigrazione di lunga data, figlia tra l’altro della colonizzazione del Maghreb già dal 1830. La storia migratoria dell’Italia è invece diversa e più recente, datata una trentina d’anni fa. Le immagini che mostrano barche nel Mediterraneo dirette sulle nostre coste si accavallano con quelle di chi invece vive nel nostro Paese da molti anni, ha un lavoro e una casa e non andrebbe più considerato migrante, anche perché nel frattempo magari ha acquisito la cittadinanza italiana.

Guardiamo nella nostra provincia, attraverso la lente dei dati dell’Istat al 1° gennaio 2018 rielaborati dalla Caritas: gli stranieri regolari residenti sono 120.205, pari al 10,8% della popolazione complessiva. In costante calo: nel 2010 erano l’11%. Su questa discesa ha influito senz’altro la crisi economica: tra il 2008 e il 2017 la popolazione immigrata è aumentata del 15%, mentre nei quattro anni precedenti (dal 2005) era cresciuta del 30%. C’è chi si è trasferito in altri Paesi europei alla ricerca di lavoro o chi ha fatto rientro in quello di origine. Le dinamiche degli spostamenti sono decise dall’economia anche in provincia: la più alta presenza di stranieri è nella Bassa orientale e nella Val Cavallina, zone ad alta industrializzazione e (nel caso della prima area) di presenza di aziende agricole.

C’è poi un dato che va rimarcato: solo nel 2017 hanno acquisito la cittadinanza italiana 6.277 persone (nei sei anni precedenti erano state 27.499). L’acquisizione della cittadinanza è l’espressione di un desiderio di stabilità e di integrazione che andrebbe valorizzato. Il 47,4% dei residenti non comunitari è in Italia da più di dieci anni (ha cioè maturato il requisito per avere la cittadinanza) e solo il 12% è nella Bergamasca da meno di due anni.

I migranti «della porta accanto» hanno contribuito con il loro lavoro e pagando le tasse alla crescita della nostra provincia, svolgendo lavori di bassa qualità (lo certifica la disparità di trattamento economico tra bergamaschi e stranieri che è del 20%) anche avendo titoli di studio. La scuola poi è un formidabile luogo di integrazione: non è raro vedere in città gruppetti di studenti misti, mentre l’incontro fra adulti è più difficile, anche per tanti luoghi comuni difficili da scalfire. Come quello secondo il quale gli immigrati ci vorrebbero «colonizzare» facendo più figli: i dati dicono invece che molte famiglie straniere hanno ormai al massimo due figli, per difficoltà economiche ma anche perché si sono omologate al nostro modello di vita. Nonostante questa tendenza, i bambini sotto i 5 anni stranieri sono il 20,8% del totale dei piccoli in questa fascia di età.

Un ultimo dato interessante riguarda gli over 65: sono l’1,6% della popolazione straniera totale (nel 2008 erano lo 0,8%) a indicare la crescente presenza della terza generazione.

Il vento che tira in Italia guarda con sospetto allo straniero ma le cifre che abbiamo elencato raccontano altro: persone radicate nel territorio, desiderose di integrarsi e che considerano la Bergamasca come terra di permanenza. Sono il segno di un cambiamento d’epoca, nella loro storia e nella nostra.

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