Gli ammalati  e gli indignati

Gli ammalati
e gli indignati

Nella notte di Capodanno, a Roma, l’83% dei vigili di servizio è rimasto a casa. Un’epidemia di lazzaronite acuta ha colpito i tutori dell’ordine capitolino. Chi ha presentato il certificato medico, chi ha fatto la donazione di sangue, chi è andato in ferie e così via, a conferma che l’ordine vero che governa a Roma è quello del proprio tornaconto.

Il salario accessorio sembra essere il casus belli che contrappone il pizzardone all’amministrazione del sindaco Marino. Misurare la gratifica al rendimento è l’oggetto del contendere. È la fine di un mondo per una categoria che si vedeva assegnata un’indennità per la divisa pulita. Si tratta ora di vincolare la parte variabile della retribuzione al rendimento e alla produttività.

Una bestemmia per una città come Roma dove l’inchiesta sulla mafia capitolina ha mostrato che il vero collante sociale della pubblica amministrazione è la malversazione intesa come rapporto amicale. Io faccio un piacere a te e tu lo fai a me. Che male c’è, si chiedono in molti, non è così che funziona in tutto il mondo? In Germania la chiamano la vitamina B, che sta per «Beziehungen», cioè contatti, relazioni , conoscenze. La differenza tuttavia c’è. Ed è un sottile confine che distingue i Paesi dell’Occidente evoluto dal resto del mondo.

L’ interesse personale si persegue fino a quando non va a collidere con il servizio che deve essere prestato, cioè l’impegno che si prende nel far bene il proprio lavoro. L’Italia del lavoro vive questo equivoco: ritiene che tutto ciò che fa bene al soggetto o alla categoria cui appartiene, di fatto legittimi ogni protesta. Ai vigili romani non è di certo venuto in mente che negandosi al loro dovere proprio nel giorno in cui c’era più bisogno non facevano un dispetto al sindaco ma ai loro concittadini, alla loro città. Cioè a tutti quelli che danno loro lavoro e un’occupazione. Non ci fossero i bisogni sociali che nascono da una convivenza di milioni di cittadini, ai vigili toccherebbe il destino di quelli che sono stati mandati a casa, non per inefficienza, ma per mancanza di lavoro, a quei 1,7 milioni di italiani che in questi ultimi sei anni hanno portato il tasso di disoccupazione al 12,7%.

Da questa vicenda emerge in dimensione simbolica quello che potremmo definire l’ideologia italiana, un retropensiero che avvelena i rapporti istituzionali tra le parti sociali, e cioè l’idea che chi siede di fronte abbia un solo fine: quello di fregare. Per cui si combatte contro il padrone e contro lo Stato. Ed è per questo che diventa necessario l’amico, solo lui infatti può garantire la scorciatoia. Un’ignoranza di fondo che va a cozzare con la dimensione dell’economia moderna per la quale l’unica cosa che conta è la produttività. Vale per l’imprenditore che ha leggi di mercato da rispettare, pena la chiusura dell’attività, vale per lo Stato che non può più permettersi debiti e deve risparmiare, pena il default. Ma la parte non imprenditoriale del Paese fa fatica a capirla e pensa di continuare a vivere sulla sinecura dove il lavoro è solo un diritto e non anche un dovere.

Dice Franco Cirulli, responsabile Uil polizia municipale di Roma Capitale: «La maggior parte ha donato il sangue e, come previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro degli enti locali, era esentata dal servizio». Se il presidente del Consiglio Matteo Renzi avrà la forza di mettere in pratica anche per la pubblica amministrazione quello che vale per il privato, e cioè il licenziamento, dovrà ringraziare sindacalisti come questo. L’indignazione dell’opinione pubblica è l’unica arma che resta agli onesti di questo Paese per guardare con speranza al ritorno del decoro. Quello che Giorgio Napolitano, uomo di vecchia scuola, chiama ancora dovere.


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