Governo Gentiloni Percorso ad ostacoli

Governo Gentiloni
Percorso ad ostacoli

Criticabile nei contenuti, l’azzeramento dei voucher ha comunque una logica politica inevitabile che ritroveremo da qui a fine legislatura. Ed è quella espressa da Nannicini, coordinatore del programma renziano, a «L’Eco»: «Il governo Gentiloni è il nostro a tutti gli effetti». Il Pd non può lasciare aperto un campo alla sua sinistra che, nel caso dei bonus, si sarebbe potuto addirittura saldare con una parte degli stessi dem. E in questo equilibrismo l’esecutivo è parte integrante con una doppia funzione: affrontare i problemi del Paese (vertici internazionali, Europa, manovra correttiva e poi la Legge di stabilità) e non operare scelte che possano mettere in difficoltà Renzi.

Un processo circolare, ma scivoloso nell’attuazione. Perché di fatto siamo già in campagna elettorale con le primarie e poi con il congresso dem, tanto più che Renzi si candida anche alla guida del governo. Una maratona senza fine, iniziata un anno fa in vista del referendum costituzionale. Il rilancio avviene su uno scenario completamente diverso rispetto a prima della consultazione referendaria e che, nel tramonto della concezione solitaria della leadership, porterà ad un partito plurale. Il problema è che l’ex leader deve tenere su un elettorato che, almeno in parte, rischiava di seguire Bersani, Speranza e D’Alema.

Il terreno sdrucciolevole riguarda Bersani: sia per il suo profilo riformista sia perché mantiene un appeal, anche umano, con la base. Il ticket con Martina caratterizza un percorso che, come con Veltroni, è partito dal Lingotto, pur a schema rovesciato: allora il tandem era con il centrista Franceschini, oggi con il ministro bergamasco, che viene dalla sinistra. Ma anche la competizione con Orlando ed Emiliano è, per certi aspetti, funzionale a questo disegno. Il ministro della Giustizia (cresciuto nella Fgci, poi Pds e Ds) è il riferimento a sinistra di coloro che per ora hanno deciso di restare e pure un rifugio per quelli che non digeriscono stile e scelte di Renzi. Candidandosi alla segreteria ma non a Palazzo Chigi, Orlando sceglie comunque di stare in uno spazio contenuto.

Emiliano, un po’ Masaniello e un po’ Grillo, cerca di catturare quel populismo che sta nel ventre della storia da Roma in giù. Conclusione: Renzi, nella proiezione interna ed esterna al partito, si tutela a sinistra con Martina ed Orlando. Gentiloni, almeno finora, è al riparo dalle tensioni congressuali, ma sul governo si scaricano le inquietudini del centrosinistra nel suo complesso, soprattutto quelle generate dai fuoriusciti del Pd. Senza i loro voti la maggioranza al Senato non c’è e lo si è visto anche sulla sfiducia al ministro Lotti, battuta con il soccorso di Verdini e di Forza Italia.

Il capo del governo avrà problemi dall’ala bersaniana, specie quando, a partire dalla manovra correttiva, si dovrà stabilire se tagliare e dove, quali categorie sociali tutelare: la manovrina è di 3,5 miliardi e la Legge di stabilità in discussione da settembre ne vale 20.

Fin qui la diaspora dem ha coperto il governo in funzione anti Renzi contando su una concorrenza logorante fra Pd e palazzo Chigi che non c’è, ma siamo solo all’inizio di un duro confronto. I fuoriusciti hanno bisogno di una bandiera per ricordare che ci sono e lo stesso D’Alema, nel suo recente intervento a Bergamo, era stato chiaro su questo punto. Il vessillo poteva essere quello del referendum sui voucher, ma è stato loro tolto, pur al prezzo di un cedimento sul merito dei bonus.

Il gruppo dello strappo deve comunque trovare un’azione di disturbo nel dibattito parlamentare o nell’azione di governo, sapendo che l’equilibrio in questo Pd, che cerca di risintonizzarsi in chiave social, si regge quando le ragioni della flessibilità e dell’inclusione crescono insieme: un modulo interclassista ad alta vulnerabilità sia per le pressioni del populismo sia per le ferite sull’elettorato popolare in via di dismissione dai tradizionali serbatoi elettorali. Le scelte di politica economica, che sono dietro l’angolo, saranno insidiose per Gentiloni, fra vincoli europei e malessere sociale: il «metodo voucher» ha tolto di mezzo un altro referendum e ha sterilizzato un’ulteriore frattura all’orizzonte, ma problemi e rischi restano.


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