I diritti calpestati di una Eva mai nata

I diritti calpestati
di una Eva mai nata

Gialla come la mimosa, la bandierina dell’8 marzo viene issata anche quest’anno su svariati pennoni e sventola con alterna fortuna tra bufere internazionali e venti nostrani. Un’occhiata alle tipologie di eventi, doni e manifestazioni in occasione della Giornata della donna è utile a capire che aria tira.

Alcuni temi son lì da sempre: lavoro e indipendenza (è della scorsa settimana la segnalazione di un quotidiano economico circa il persistere della disparità di salari, meno 10,9% a sfavore delle lavoratrici); quote rosa formali per i posti che contano, diritti sociali e culturali.

Altri temi risentono di mode, paure, conquiste, mutare degli scenari e delle generazioni. È stato bello, nei giorni scorsi (era a Bergamo per la Fondazione Zaninoni), sentire Emma Bonino riconfermarsi femminista. Tranquillamente, come dato di fatto esistenziale, al termine di una serie di ragionamenti che riguardavano temi geopolitici semplicemente umani, né rosa né azzurri. Bello, perché c’erano tante ragazze e ragazzi in sala e il senso era che se ti occupi del mondo, ti occupi anche di te stessa.E non puoi occuparti di te stessa senza occuparti del resto, perché ci sei in mezzo.

Il dono delle donne al mondo è il senso del futuro. Potremmo chiederci, allora noi dell’8 marzo, cosa fare per il futuro. Probabilmente l’urgenza delle urgenze è dare forza morale alla prossima generazione. Il recupero di un ruolo adulto nei confronti dei più giovani e dei più piccoli è la prima operazione umanitaria. Che siano obbligati a strisciare sotto il filo spinato di frontiere improvvisate, che non possano andare a scuola per atavica violenza, che cerchino a tentoni un futuro via dal divano di casa, tutti loro hanno diritto a un punto di riferimento. Ma se chi deve esserlo ha paura (della sua ombra, del tempo che passa, di uscire di casa, di essere se stessa, di non essere «abbastanza») che ne sarà di chi a qualcuno deve pur guardare per imparare a vivere?

Si torna alla maternità, probabilmente. Il fulcro di quella capacità di guardare il mondo «per due», tenendo conto delle esigenze degli altri, che le donne rivendicano compunte come «sguardo di genere» ma che può diventare mitologia autoassolutoria, manipolazione culturale, autocandidatura al recinto.

Per essere madri utili, bisogna essere toste e con le idee chiare. Sia che i figli del mondo siano partoriti o incontrati per strada. Certe cose si fanno e certe altre no: te lo dico, mica faccio finta di non vedere. Certe cose spettano a me ed altre a te: ciascuno fa la sua parte. Discutiamo dopo. Non mi sostituisco a te, non mi scambio con te. Anche se a volte mi piacerebbe. Però ti aiuto a guardare avanti, ti lascio fare cose difficili, ti spiego che è normale pagare un prezzo, spero con te e per te. Retorica anche questa? Ho visto un video realizzato da figlie: ritratti di madri affette da adolescenza cronica inchiodate dagli spilli dell’ironia.

Se sono una madre, insegno alle femmine a tirar fuori la dignità e ai maschi a praticare il rispetto. Perché mi faccio rispettare io. Non è che le donne non lo facciano, ma forse si è persa un po’ la consapevolezza che i gesti di un adulto sono comunque esempi che hanno una potenzialità sociale. Per questo quello che accetto di fare e che mi sia fatto può trasformarsi in inconsapevole imprinting, positivo o negativo, per chi nasce dopo e influenzare nel tempo tanti processi che hanno a che fare con la giustizia e la libertà.


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