I fatti, veri vaccini contro le falsità

I fatti, veri vaccini
contro le falsità

Come volevasi dimostrare. Un ripensamento della maggioranza felpastellata sui vaccini, anzi un positivo indietro tutta, un ritorno alla realtà: è pronto, infatti, un emendamento che conferma l’obbligo per la frequenza scolastica, abrogando dal decreto Milleproroghe il comma che rende non obbligatori i vaccini per i bambini di materne e asili. Nell’era della postverità e della produzione industriale di fuffa informativa, dovrebbe così rientrare una vicenda confezionata su un tam tam di pancia, costruita sulla leggenda metropolitana, o meglio: su una pretesa antiscientifica, uno schiaffo dilettantesco alla competenza. Una felice coincidenza di tempi ha fatto dire, proprio ieri, al presidente Mattarella che «nei confronti della scienza non possiamo esprimere indifferenza o diffidenza verso le sue affermazioni e i suoi risultati», mentre le prime reazioni segnalano l’approdo auspicato.

«Una buona notizia», dicono i presidi e, se ci sarà nero su bianco, è effettivamente così: il minimo che ci si poteva attendere da un personale politico che, evidentemente vaccinato, ha recuperato il buon senso. Se però mettiamo insieme anche il pregresso, la buona nuova esprime tutti i limiti e le ambiguità di una manipolazione andata avanti troppo a lungo, sul crinale pericoloso della salute pubblica, alla quale hanno schiacciato l’occhiolino pezzi dei Cinquestelle e, in misura minore, aree periferiche della Lega. L’eco No vax è stata un frammento della campagna elettorale, un boccone ghiotto per qualsiasi apprendista stregone e in fondo aveva (ha) tutto il condimento di una demagogia stracciona. L’argomento, nella distanza fra percezione soggettiva, in stile fai-da-te, e realtà autentica si presta a dismisura: sollecita timori, alimenta paure, semina il dubbio, scuote antiche certezze. Perché il sottinteso era: chissà se i detrattori dei vaccini hanno proprio torto. Ripeti, ripeti, ripeti, qualcosa resterà. Spargi polpette inquinate, cominci ad avvelenare il pozzo e la bontà degli argomenti perde ogni rilievo: il sapere viene dismesso, perde cittadinanza, e alla fine tutti hanno ragione perché tutti hanno torto.

L’esito è una verità avvelenata, un grigiore opaco che da tempo accompagna il degrado politico. Si abbassa il livello della credenza e della fiducia dell’opinione pubblica verso la sfera pubblica. Poi, ai fini strumentali della politica, la Medicina si presta ad essere confinata nella casta e il sapere degli oligarchi rinvia al complotto contro la gente comune, che è il surrogato degli argomenti. Giunto ormai alla soglia dei cento giorni, il governo Conte sembra prigioniero di questo paradigma. La sovranità popolare, si ritiene, non può essere lesa dalla competenza, perché questa è contaminata da un orizzonte di sospetto. Lo si è visto pure in questi giorni con Di Maio che, dinanzi ai mercati che promettono di non farci sconti, ha replicato: cosa volete che sia il rating, prima vengono gli italiani. Ma la manipolazione delle informazioni non fa diventare vero il falso, piuttosto ha un effetto più coinvolgente e insidioso: tramuta il finto in vero, il quasi falso o il mezzo vero.

Quella dei vaccini è stata la ciliegina sulla torta: ci si mette a lato del vociare, in riva al fiume per vedere l’effetto che fa, lasci correre la piena, un po’ annuisci e un po’ tiri il freno, un giorno soffi sul fuoco e il giorno dopo fai spallucce. Avveleni il pozzo, una piccola dose per un’intera comunità, con le mezze verità: butti lì quelle due parole che stanno in mezzo, in cui uno può capire quel che vuole, ciò che più gli aggrada. L’altro ieri, per esempio, il ministro Toninelli alla Camera, parlando della sciagura di Genova, ha distillato un «ho subito pressioni», senza fare nomi: ha lasciato cadere questa espressione ombrosa e incompiuta che vorrebbe dire tutto e in realtà dice nulla, impedendo però la possibilità di capire, di riconoscere ciò che è vero e ciò che non lo è, secondo almeno le approssimazioni di noi comuni mortali. Un approccio teatrale in cui ci sono la ribalta e il retroscena, una recita in cui ciascuno ha il copione assegnato: l’incendiario, il pompiere, l’eversore, il mediatore, colui che stupisce e quello che rassicura.

In questa retorica, che è l’arte del parlare, c’è sempre la trappola delle mezze verità, delle parole morte. Il riscontro viene anche dai migranti: si costruisce l’emergenza, per poter poi dimostrare che la si è risolta. Non è una novità, bensì un vecchio gioco quello di usare il linguaggio pubblico come grimaldello spargiveleno: è così dall’antica Grecia. Però, aspettando la legge di bilancio, i fatti hanno la testa dura: non disertano, restano parcheggiati sempre lì con la sagoma dell’ospite indesiderato che intima di non fuggire dalla realtà. E, a ben vedere, i fatti sono uno dei pochi vaccini a sovranità nazionale contro la verità avvelenata.

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