I fondi alla Nato Siamo in credito

I fondi alla Nato
Siamo in credito

Donald Trump arriva in Europa e porta con sé un carico di rivendicazioni. La prima, quella ripetuta con più insistenza, quella che tra l’altro gli permette di mettere sotto accusa la Germania, ovvero il Paese leader della Ue, riguarda il finanziamento dell’Alleanza Atlantica. Nel vertice del 2014, i Paesi membri della Nato si erano impegnati a versare all’Alleanza una quota fissa pari al 2% del proprio Prodotto interno lordo entro il 2024. Oltre agli Usa (che sono addirittura al 4%), solo Regno Unito, Estonia e Grecia hanno raggiunto l’obiettivo e si prevede che entro il 2024 solo 8 membri (su 29) riusciranno a mettersi in regola.

L’Italia è all’1,15%, la criticata Germania all’1,24%. Trump non smette di ripetere che gli Usa spendono e si sacrificano per difendere l’Europa. Ed è arrivato a Bruxelles ben deciso a ribadire il concetto. La nostra grande stampa sposa pari pari la sua tesi. Ieri, sui maggiori quotidiani, si leggeva di «parassitismo di tanti europei», «nazioni erbivore circondate da potenze carnivore», «Europa che vive di rendita sulla sicurezza garantita dagli Stati Uniti». Però…Saremmo curiosi di capire da quali minacce ci abbiano protetti gli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale in qua. Da un’invasione sovietica, mentre l’Urss faticava (vedi Ungheria 1956, Berlino e il Muro 1961, Cecoslovacchia 1968, Afghanistan 1979) persino a tenere insieme il proprio impero? E poi perché l’Urss avrebbe dovuto invadere l’Europa? O forse avrebbe dovuto bombardarla con le testate nucleari per farsi poi nuclearizzare a sua volta? E secondo Trump, tenersi i missili balistici nell’ipotesi di veder combattuta in casa nostra una guerra nucleare, non era un contributo di un certo peso?

E poi, scomparsa l’Urss, quale terribile pericolo si è addensato sul capo degli europei che sia stato allontanato dagli Usa e dal loro strumento di politica militare, la Nato? Se escludiamo invasioni marziane di cui non siamo informati, la lista è vuota. Al contrario, abbiamo una certa esperienza di avventure politico-militari d’impronta americana a cui noi europei, per libera volontà, convenienza o mancanza di spina dorsale, abbiamo partecipato sostenendo costi e fatiche di non poco ordine. Negli anni ’90 la scomposizione e ricomposizione dell’ex Jugoslavia, per esempio, secondo le direttive di Bill Clinton che aveva ereditato la strategia della «esportazione della democrazia» da George Bush senior. All’inizio degli anni Duemila il filotto Afghanistan (2001) e Iraq (2003), sui cui esiti è meglio stendere un velo pietoso. Dal 2011 la partecipazione alla distruzione programmata della Siria, ancora tre mesi fa bombardata da Francia e Regno Unito, e con soldati italiani sul campo. Per non parlare della solita servitù nucleare. Nel 2008 in Romania e Polonia fu avviata la costruzione del sistema missilistico «Aegis Shore», diventato operativo nel 2016. E noi europei ci siamo fatti raccontare che non era per provocare la Russia, ma figuriamoci. Era per proteggere noi (quanta beneficenza) dai missili dell’Iran! In Italia sono dislocate 90 testate atomiche americane per la Nato, siamo il Paese europeo che ne ha di più. Tenerci questa roba in giardino non è, di per sé, un rischio, quindi un costo? Non risulta infine che gli Usa e la Nato ci abbiano poi evitato i lutti del terrorismo o i problemi generati dai flussi migratori generati dalle loro guerre. Il buon atlantista a questo punto farebbe notare: e la Russia? e l’Ucraina? e la Crimea? Chi scrive ha molto dubbi che la Russia possa essere considerata un «pericolo» per l‘Europa. Con noi fa ottimi affari e Vladimir Putin non è così avventato da buttarsi in un’avventura che, oltre a mettere a rischio il suo Paese, provocherebbe grandi danni a quell’Europa che per lui è la gallina dalle uova d’oro. E poi, siamo onesti. Non sono stati gli Usa e investire cinque miliardi di dollari nelle rivoluzioni colorate ucraine, fino a quella decisiva di Maidan, pur sapendo benissimo che la Russia non avrebbe mai accettato, dopo la ritirata verso Est degli anni ’90, di ritrovarsi un regime ostile ai confini e le navi americane nel porto di Sebastopoli? Non sono gli Usa a trarre il maggior profitto politico ed economico dal muro che divide Bruxelles da Mosca, come dimostrano anche i discorsi di Trump sulla dipendenza energetica della Germania dalla Russia, che ovviamente andrebbe corretta comprando gas liquido made in Usa? Secondo Coldiretti, l’Italia perde tre miliardi l’anno per le sanzioni. D’accordo, scelta politica, non molleremo. Ma perché, parlando di Nato e di contributi, non entrano nel computo del dare e dell’avere anche questi quattrini? Non è che, alla fin fine, dovremmo essere noi europei a chiedere un risarcimento agli Usa?


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