I localismi non servono
a cercare risposte

I sondaggi più recenti, dopo il primo turno delle elezioni regionali e comunali, premiano ulteriormente la Lega e la destra in generale. Secondo dati Ipsos, insieme sono attestate al 35,4%, contro il 32,3 del Pd. La questione immigrazione è tornata cruciale e cavalcarla giova in termini di possibili consensi elettorali. Nessuna novità. La spregiudicatezza con la quale si è battuto in questi giorni il governatore Maroni (e prima di lui Salvini) trova ispirazione in questo contesto e nella partita interna al Carroccio per la leadership. Ieri mattina il presidente della Regione (perché è pur sempre questo il suo primo ruolo) era sotto le finestre della Prefettura di Bergamo insieme ad altri 300 leghisti – tra parlamentari, sindaci e militanti – per manifestare dissenso alla politica governativa sull’emergenza profughi.

Maroni ha annunciato l’intenzione di finanziare quei Comuni lombardi che non ospiteranno nuovi migranti e che hanno cittadini (anche immigrati con cittadinanza quindi?) in difficoltà economiche per la crisi. Si è accorto infatti che la legge non permette il ricorso ai tagli per chi invece li ospita. Si rende conto il governatore di innescare così una pericolosa guerra tra poveri in quei Comuni (peraltro tutti) che daranno accoglienza ed hanno cittadini colpiti dalla crisi? Con quali risorse darà corso al ricatto, se finora queste risorse evidentemente non erano disponibili per rispondere alle emergenze sociali della crisi?

I Comuni oltretutto non possono opporsi all’ospitalità, quando i richiedenti asilo sono accolti in edifici privati (è il caso della Bergamasca), né hanno costi per la gestione dell’emergenza. Semmai un ritorno economico generato dall’indotto dell’accoglienza. Sostenere queste evidenza ci farà bollare ancora una volta come «buonisti pro immigrati». Chiariamo il punto: il manicheismo del pro o contro è un giochino inutile e stupido. Emigrare è un’esperienza dolorosa, uno strappo dai propri affetti e dalla propria terra verso l’ignoto, con la sola forte speranza di cambiare vita. Nessuno dovrebbe essere costretto a questa scelta, tantomeno sotto la minaccia della violenza. In un mondo giusto l’emigrazione dovrebbe essere pratica rara. Ma noi viviamo in questo mondo e le migrazioni sono parte della realtà che siamo chiamati a vivere. È un fenomeno che va governato e arginato, sapendo però che nessuno ha la soluzione in tasca.

Dopo la tragedia dei 900 immigrati morti nel canale di Sicilia ad aprile, un sussulto emotivo ha smosso l’Europa dalla sua inerzia egoista. Per ora i fatti sono pochi. Come se non bastasse il dolore dei vivi – chiamarli disperati è fuorviante, proprio perché sono mossi dalla grande speranza di cambiare vita – che da anni rischiano la pelle nel Mediterraneo. Il governo Renzi ha posto in sede Ue la questione dell’Italia lasciata sola a presidiare il sud del continente, a dare un tetto e a sfamare migliaia di esuli. Ma scontiamo troppi ritardi, imputabili anche ai governi precedenti. Recriminare sul passato, come è successo ancora in questi giorni, non serve.

La Conferenza delle Regioni ha trasmesso alcune richieste a Palazzo Chigi: accelerare i tempi delle commissioni che devono stabilire se chi arriva ha il diritto di avere lo status di profugo, creare nuovi «hub» regionali per la prima accoglienza, rafforzare il sostegno economico a chi ha diritto alla protezione, accelerare gli incentivi ai Comuni che accolgono lasciando più flessibilità rispetto al patto di stabilità, come previsto da un decreto del 2014. Andrebbe poi introdotta una più equa distribuzione dei richiedenti asilo fra le Regioni (la Lombardia in proporzione agli abitanti non è ai primi posti per ospitalità) e fra i Comuni (per stare nella Bergamasca: la frazione di Lizzola accoglie 94 migranti, più di Bergamo). Ma al fondo servirebbe l’unità nazionale per dare più peso alle nostre sacrosante rivendicazioni in Europa. Dobbiamo essere orgogliosi delle migliaia di vite che abbiamo salvato nel Mediterraneo. O il continente rinasce sull’umanità e gli ideali di questa impresa o morirà in quelle acque.

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