Il calcio dei teppisti seppellisce lo sport

Il calcio dei teppisti
seppellisce lo sport

Le devastazioni compiute dagli hooligan olandesi a Roma sono la dimostrazione ennesima che il calcio, non soltanto quello italiano, gode di una singolare extraterritorialità rispetto alla legalità.

Alle bande delinquenti (che ipocritamente qualcuno continua a chiamare tifosi, o al massimo ultrà) che compiono le loro azioni di guerriglia facendosi scudo degli stemmi di una società di calcio, è permesso tutto. Tutto quello che a un normale cittadino viene, giustamente, impedito. Né si può più dire che la marmaglia di teppisti che scorrazza liberamente dentro e fuori gli stadi sia ignota alle forze dell’ordine.

Si tratta di gente schedata da tutte le polizie europee, eppure mai che si riesca a impedire che la furia devastatrice - a comando, secondo gli umori dei capibanda - si manifesti in tutta la sua virulenza senza che le forze dell’ordine riescano a impedire che il centro di una grande città sia posta in stato d’assedio. Il sequestro della legalità da parte di delinquenti travestiti da tifosi è diventato un fatto ricorrente. A Roma l’omicidio di Ciro Esposito prima di un derby Roma-Lazio. A Genova la ribalda presenza di un ceffo croato che dava ordini alle folle. Sempre a Roma il capitano della squadra costretto a venire a patti con un manipolo di teppisti che imposero la sospensione della gara.

Illegalità palese e diffusa, che ha padri di matrice diversa. La violenza del mondo del calcio non è fatta solo di vandali con i coltelli, i bastoni e le molotov. Trova innesco in tutti coloro che la violenza l’hanno tollerata; in quei presidenti di club che la favoriscono coccolando gli energumeni che si spacciano per tifosi; in coloro che, a livello federale o di associazione, fanno finta di ignorarla, derubricandola a fenomeno di «frange estreme»; in quelli che la fomentano con atteggiamenti e dichiarazioni incendiarie. Per cogliere le cause di un fenomeno ormai fuori controllo occorre partire da due considerazioni elementari.

La prima è semplicemente una triste presa d’atto: i vandali hanno ormai espugnato uno dei giochi più belli del mondo; un gioco che è stato sempre fonte di gioia per i milioni di giovani che, in tutto il mondo, lo hanno praticato e lo praticano. Il calcio è stato tradizionalmente - basti pensare agli oratori o alle piccole società amatoriali - un grande fattore di aggregazione per i ragazzi. In quei circuiti si sono sempre insegnati ai ragazzi i valori della lealtà e della sportività. Oggi tutto questo viene triturato dall’emergere di altre logiche: denaro, successo, individualismo sfrenato.

Il secondo elemento rinvia a uno dei valori migliori nella tradizione del calcio: la bandiera. Eravamo abituati ai giocatori di «bandiera». Tantissimi calciatori lo sono stati: campioni che non hanno mai lasciato la «maglia» e mai lo avrebbero fatto (Rivera, Riva, Baresi, per citare alcuni soltanto dei più famosi). Fino a qualche decennio fa il loro numero era cospicuo. Oggi sono soltanto pochissimi e un campione come Totti, che non ha mai pensato di lasciare la sua squadra, appare come un giapponese che combatte una guerra finita (e persa) da troppi anni. Vanno di moda quelli che cambiano casacca un anno dopo l’altro, inseguendo unicamente il contratto più remunerativo o la squadra più forte, che offre la vetrina più luccicante.

In questa situazione - uno sport corroso dagli scandali, dominato soltanto dai soldi, in balia di masnade di teppisti, governato sovente da incompetenti a caccia soltanto di facile notorietà - converrebbe decidere che sia venuto il momento di ammainare le bandiere. Almeno si smetterebbe di contrabbandare per sport un circuito nel quale prevalgono fenomeni e personaggi che con lo sport non hanno nulla a che vedere.


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