Il debito pubblico e le lacrime di coccodrillo

Il debito pubblico
e le lacrime di coccodrillo

La spesa sociale italiana ammonta nel 2016 a 451,9 miliardi, il 54,4% di tutta la spesa pubblica. La spesa assistenziale è in costante aumento (89 miliardi nel 2012, 112 nel 2017). Sono importi strutturali che rimangono in carico ogni anno allo Stato, per un quinquennio, 23 miliardi di spesa corrente. A fronte di una tendenza che appare inevitabile in una società sempre vecchia e con una platea di giovani in riduzione la domanda da porsi è: è in grado la fiscalità generale di far fronte nel tempo a questi impegni? Parliamo del denaro che i cittadini versano allo Stato e non di quello che va preso a prestito. Il mercato dei capitali dà soldi a chi è in grado di restituirli. In tutti questi anni ai governi italiani è riuscito di onorare il debito: 740 miliardi in dieci anni di interessi che nessuno vede e che quindi non esistono nella memoria collettiva. Da qui la rimozione del problema.

L’ostacolo maggiore alla ripresa economica italiana è però ancor oggi lontano dall’agenda politica. Solo il vincolo esterno tiene in piedi la consapevolezza del problema. Ogni ministro dell’Economia sa di dover rendere conto alle agenzie di rating, ai mercati internazionali di capitali, prima ancora che all’Unione Europea. Solo così può rendere un servizio ai propri cittadini . Se dovesse dare ascolto a tutte le richieste della pancia del Paese farebbe scappare gli investitori. Il 40% del debito è sulle piazze internazionali della finanza, senza di loro non ci sarebbero soldi per le pensioni, per gli stipendi per il funzionamento della sanità. La sovranità quindi non sta nel maledire chi specula sul debito italiano, ma nel sottrargli l’acqua in cui sguazza. Con poco debito i debitori non bussano alla porta e non minacciano sfracelli se l’economia per un anno o due balbetta. Il Giappone è indebitato al 200% del Pil ma deve rendere conto solo ai propri cittadini. I detentori dei titoli sono giapponesi e acquistano giapponese. Ricevono interessi e hanno fiducia nel loro Stato.

Ne hanno gli italiani altrettanta nel loro, al punto da comperare la quota in mano agli stranieri? Con un risparmio in titoli mobiliari di 4.300 miliardi gli italiani potrebbero senza difficoltà. Ma di questi piú del 20% è ancora su conti correnti e non ha destinazione. Il timore, la sfiducia, la paura che il bilancio dello Stato diventi insostenibile tiene bloccati più di 800 miliardi, pronti a scappare al primo allarme. A marzo di quest’anno la partita corrente dei capitali con l’estero è in rosso di 420 miliardi. Vuol dire che da febbraio al mese successivo vi è stato un aumento di circa 34 miliardi in direzione di porti sicuri, lontani dall’Italia. Quindi non vi è che una via aperta: la riduzione del debito. Di questo è consapevole il ministro Tria che annuncia di non volere superare la soglia del 2% di deficit per poter avviare una politica di stimolo economico senza stress sui conti. La speranza è di stimolare la domanda interna e avviare una crescita indispensabile per il risanamento. Tutto questo ha un senso perché coloro che sostengono i costi del debito sono i contribuenti.

Succede però che il 44,92% dei contribuenti italiani (40,87 milioni di persone) versa solo il 2,8% di Irpef con un’imposta media di 496 euro. Per pagare a questa fascia sociale l’assistenza sanitaria, le pensioni sociali, di invalidità, eccetera eccetera, occorrono 96 miliardi che evidentemente non sono coperti dai loro versamenti e quindi vanno a debito della fiscalità generale. Ne risulta un Paese di poveri. Ed è questa la narrazione storica delle vicende nazionali, quantomeno in Italia. Dai dati emerge però che ogni anno si spendono 96 miliardi in giochi d’azzardo con oltre 30 milioni di utenti. In Germania si spendono 30 miliardi e si grida all’emergenza sociale. Se spendiamo il 14,1 % del reddito netto disponibile nell’ebbrezza voluttuaria, non si potrebbe forse piangere meno e lavorare di più?


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