Il dovere di dire la verità al paese
Mario Draghi presidente Bce

Il dovere di dire
la verità al paese

Ancora a metà luglio del 2014 il differenziale fra i tassi di interesse fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi era di circa 518 punti. Poi intervenne la Banca centrale europea (Bce) e come per miracolo la furia dei mercati si placò. Nel frattempo successe di tutto: ci furono le dimissioni del governo Monti, le elezioni, le difficoltà di formare un governo, la richiesta al capo dello Stato uscente Giorgio Napolitano di rimanere in carica per un altro mandato, fatto unico nella storia della Repubblica, ma lo spread continuò a scendere fino ai livelli inimmaginabili di 150-180 punti.

Senza il quantitative easing (Qe) della Bce l’ Italia avrebbe dovuto fare i conti con quanti speculavano sulla rottura dell’ euro. Francoforte e il famoso «whatever it takes» (faremo tutto il possibile) di Mario Draghi hanno permesso al Paese di sottrarsi al pericolo di un possibile default. Di questo nessuno parla, come se fosse compito principale della Banca centrale europea farsi carico delle inefficienze del sistema politico e economico dell’ Italia. Un’ idea assistenziale del credito che la Vigilanza bancaria della Bce lascia intendere in questi giorni di smentire. Non si spiegano diversamente i «rumors» sul rifiuto di concedere al Monte dei Paschi di Siena altri venti giorni di proroga per cercare un finanziatore in grado di avviare a soluzione il salvataggio dell’ Istituto.

E non tragga in inganno la proposta della Bce di prolungare il Qe a tutto il 2017. Da aprile gli interventi passano da 80 miliardi a 60 miliardi al mese nella prospettiva che prima o poi vadano scemando. L’ opposizione in Germania e nel Nord Europa è talmente forte da impedire la continuazione a medio termine. Del resto l’ inflazione con l’ aumento dei prezzi del petrolio e la ripresa della contrattazione salariale in Germania, è già di suo in fase di leggera crescita. Morale: o l’ Italia si decide ad operare scelte dolorose ma necessarie per dare alla sua economia competitività oppure la politica dovrà rendere conto del suo fallimento.

La cosa grave è che anche dopo tre anni di governo stabile con un premier dinamico e consapevole, almeno a parole, delle gravi difficoltà del Paese tutto resta come prima. Sotto la sferza dei mercati, sempre con l’ acqua alla gola, in eterna emergenza il debito continua a salire e non si vede all’ orizzonte quel cambio di linea che tutto il Paese tre anni fa aveva sperato. Confrontiamo il 40% del Partito democratico di Renzi con il 60% di voti contro al referendum e vediamo rispecchiata la delusione amara di chi pur ci aveva creduto. L’ intervento dello Stato nel capitale di Monte dei Paschi era all’ ordine del giorno anche sei mesi fa ma non si è intervenuti per la paura di perdere consensi elettorali. È questa la spirale dalla quale la politica deve uscire e non è vero che lo chiedano solo Francoforte e Bruxelles: tutto il Paese chiede stabilità.Gli 80 euro in busta, i vari bonus per i giovani, per gli insegnanti, i condoni fiscali in forma di premio al rientro dei capitali scappati all’ estero ecc. avevano l’ intento di incentivare i consumi. Il piano è fallito perché senza riforme l’ economia non si rilancia e anche chi beneficia di entrate non previste tende a risparmiarle.

Il solo Jobs act non basta, la legge sulla concorrenza non è stata fatta, la pubblica amministrazione non è stata riformata a fondo, i procedimenti giudiziari durano ancora anni e sono afflitti dai codicilli degli azzeccagarbugli, il tutto con l’ aggiunta di un pressapochismo legislativo sfociato spesso in ricorsi alla Corte costituzionale. Senza contare la revisione della spesa pubblica sempre rimandata. Il Paese vuole verità. La politica ha il dovere di dirla.


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