Il libro su Trump distrazioni e panzane

Il libro su Trump
distrazioni e panzane

Ok, adesso siamo tutti d’accordo: Donald Trump è «un idiota». Ma siamo sicuri che il nostro modo di affrontare il fenomeno Trump non lo sia altrettanto? Prendiamo l’ultimo arrivato sulla scena della contumelia, Michael Wolff, autore di «Fire and fury», il libro in cui, appunto, si stabilisce che Trump è una specie di minorato mentale e che tutti, alla Casa Bianca, la pensano così. Le sue rivelazioni vengono rilanciate con entusiasmo e fiducia totale, come se fossero verità rivelata. Magari lo sono, ma chi sia Wolff qualcuno lo sa davvero?

Qualcuno si è preoccupato del fatto che questo brillante imprenditore fallito e ancor più brillante giornalista abbia alle spalle una corposa storia di accuse di piccole e grandi falsificazioni? Qualcuno ha notato che per scrivere la biografia di Rupert Murdoch a Wolff occorsero 50 ore di conversazione con lui, e per scrivere il libro su Trump gliene sono bastate tre, due delle quali registrate durante la campagna elettorale? Siamo ormai al punto in cui non conta più analizzare ciò che davvero avviene ma ripetere a macchinetta ciò che davvero ci piace. Prima di Wolff, che comunque promette di durare di più perché ha puntato tutto sul pettegolezzo, abbiamo avuto la meteora Luke Harding, giornalista inglese secondo il quale i servizi segreti russi avevano arruolato Trump fin dagli anni Ottanta, proprio con l’intento di proiettarlo verso i vertici del potere americano e poi, ovviamente, sfruttarlo. Il che metterebbe gli eredi del Kgb all’incrocio tra i profeti e gli indovini, perché ancora nel 2016, agli inizi della campagna elettorale, erano pochissimi quelli che ipotizzavano che Trump potesse arrivare alla Casa Bianca. E anche dopo quasi tutti, compresi i giornali e i giornalisti che adesso danno dell’idiota a Trump, erano certi che avrebbe vinto Hillary Clinton, e lo scrivevano ogni giorno. Quella stessa Clinton che è stata più volta indagata dall’Fbi per le decisioni prese quand’era segretario di Stato e che adesso (anche se i nostri giornali relegano tutto in notiziole quasi invisibili) gli agenti federali li ha anche in casa, impegnati a spulciare i bilanci della Fondazione Clinton.

Trump potrà anche essere, o sicuramente è, un presidente inadeguato, un narciso senza speranza, un ignorante, un rozzo maschilista e chissà che altro. Ma in odio a lui ci si può abbrutire credendo a qualunque panzana? Si può rinunciare ad analizzare la politica americana derubricando tutto alla voce «c’è un fesso alla Casa Bianca»? E soprattutto: se Trump è un idiota e tutti lo sanno, chi è che davvero governa gli Stati Uniti d’America? Perché qualcuno che lo fa c’è di sicuro, a giudicare da quanto avviene. E lo fa, tutto sommato, alla vecchia maniera. È stato l’idiota a decidere la politica nei confronti della Corea del Nord, per dire? Tutto da solo? È stato Trump a organizzare quel piano per la riscossa americana in Medio Oriente che ha inanellato una serie di mosse controverse (rilancio dell’alleanza con l’Arabia Saudita, denuncia dell’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 da Obama con l’Iran, mossa su Gerusalemme capitale) ma anche efficaci, almeno dal punto di vista Usa? È stato il povero fesso a ideare la riforma fiscale che ha comunque convinto quella maggioranza repubblicana che non l’aveva appoggiato in altre occasioni e che ha fatto volare Wall Street e la Borsa?

Insomma, dobbiamo deciderci. Se siamo convinti che Trump sia quel che dice Wolff, allora dobbiamo scoprire chi tiene le redini e decide. Altrimenti piantiamola con gli instant book scandalistici e accettiamo il fatto che Trump sia un personaggio più complesso di quel che ci piace credere. E che negli Usa accadano fatti più intricati di queste semplificazioni a tratti ridicole. Per esempio: i nemici più accaniti di Trump si annidano tra i giganti dell’informatica e dei new media, da sempre spacciati per la frontiera più avanzata dell’intelligenza, della fantasia e del progresso. Qualche giorno fa, però, è saltato fuori che i suddetti giganti sono pieni di falle perché usano microprocessori che possono essere spiati, corrotti e deviati; che detti giganti lo sapevano già da un anno; che qualcuno dei loro prodigiosi manager ha venduto azioni prima che lo scandalo saltasse fuori; e che tutti gli aggeggi che manovriamo ogni giorno, dai telefoni ai computer, sono anche un po’ delle trappole. Questo solo per dire: ridiamo pure di Trump, se così ci piace. Stiamo però attenti che ridere del presidente dai capelli gialli non sia un’altra delle armi di distrazione di massa che «sparano» sui nostri cervelli ogni giorno.


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