Il nostro debito
e l’austerità buona

Nel suo ultimo rapporto l’agenzia di rating Moody’s ha reso noto che il debito sovrano dell’euro sistema, dopo il picco raggiunto nel 2004 con il 94,2% del Pil, è sceso di 4 punti, con una maggiore accelerazione in Germania e Olanda. Un risultato nel complesso positivo, dal quale va esclusa l’Italia il cui debito - cresciuto fino a raggiungere i 2.279 miliardi di euro, pari al 130% del Pil - secondo la Commissione europea è «fonte di preoccupazione comune nell’area euro».

In un Paese normale, in cui la politica fosse guidata da buonsenso e realismo, la campagna elettorale avrebbe dovuto rappresentare un’utile occasione per spiegare agli elettori in che modo s’intendesse intervenire per ridurre questo enorme debito, con quali tagli veri e incisivi, al fine di liberare risorse da investire nel rilancio dell’economia e in nuovi posti di lavoro.

Molti dei nostri politici, per i quali il debito appare capziosamente un tema di secondo piano, si sono guardati bene dall’informare gli elettori del fatto che siamo messi peggio perfino della Grecia, il cui debito, anche se è superiore al nostro in termini percentuali (320 miliardi di euro pari al 180% del Pil), risulta inferiore in termini di debito pro capite (29 mila euro contro i nostri 34 mila). Sarebbe stato quanto mai opportuno, invece, condividere le raccomandazioni in più occasioni rivolte dalla Commissione europea, preoccupata che un debito così elevato possa diventare non più sostenibile nei prossimi anni, qualora il suo costo eccedesse la crescita. Questa circostanza non si è verificata fino ad oggi solo perché, con una crescita per molti anni pari allo zero e solo da poco superiore all’1%, i tassi d’interesse si sono mantenuti molto bassi. Tuttavia, la nostra spesa per interessi sul debito ammonta ormai ad oltre il 5% del Pil. C’è da chiedersi, quindi, cosa potrebbe accadere nei prossimi anni, in presenza di un nostro tasso di crescita tra l’1% e il 2%, se si verificasse un sensibile aumento dei tassi d’interesse per una più sostenuta ripresa dell’economia nei principali Paesi industriali. Questa è sostanzialmente la ragione per cui i mercati applicano al debito italiano livelli di premi al rischio più elevati rispetto alla Germania, dove l’economia cresce più della nostra e il rapporto debito/Pil è sceso dall’81% del 2012, al 65,25% del dicembre 2017.

Tuttavia, è diffusa nel nostro Paese la convinzione che politiche di austerità, preordinate alla riduzione del debito pubblico, frenino la crescita. Non è così. Autorevoli economisti, tra cui Mario Draghi, sostengono che c’è «un’austerità buona», che ha un effetto espansivo e prevede meno tasse, una ricomposizione della spesa verso investimenti e infrastrutture, insieme a piani di riforme per ridurre la spesa corrente improduttiva. C’è poi anche «un’austerità cattiva», che aumenta sensibilmente le tasse e riduce poco la spesa corrente improduttiva. Molti Paesi europei, che hanno dovuto affrontare la ristrutturazione delle loro economie dopo la crisi finanziaria del 2008 e quella del rischio sovrano del 2011, hanno intrapreso la via dell’austerità «buona», ottenendo ottimi risultati sul piano della crescita.

Basti pensare a quanto avvenuto in Spagna, Irlanda, Portogallo, Lettonia, Lituania. Nel nostro Paese, invece, fra il 2011 e il 2016 le spese correnti, al netto degli interessi, sono aumentate di 39 miliardi di euro e, nello stesso periodo, si è registrata una caduta degli investimenti fissi lordi da 45 a 35 miliardi. Non dovrebbe dunque apparire poi così difficile comprendere come, anche a casa nostra, la strada della combinazione di riforme strutturali, riduzione e ricomposizione della spesa pubblica e aumento degli investimenti sia l’unica da percorrere.

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