Il paradosso di Renzi che vince ma perde

Il paradosso di Renzi
che vince ma perde

La notizia è arrivata ieri nel tardo pomeriggio ma era nell’aria da tempo. Qualche ora dopo l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, di cui non condivideva né merito né metodo, Piero Grasso ha lasciato il gruppo del Partito democratico dichiarando di non riconoscersi più nelle scelte del Pd renziano. Del resto quale fosse il suo stato d’animo l’aveva fatto capire in aula rispondendo ai grillini che ne reclamavano le dimissioni da presidente del Senato perché costretto ad avallare la fiducia messa dal governo sul Rosatellum. «Certe volte è più difficile resistere al proprio posto che andarsene vigliaccamente», aveva detto. Questo addio di Grasso assume significato nel giorno in cui Matteo Renzi porta a casa il risultato politico della legge elettorale, proprio perché finisce per diventare il simbolo del disagio che continua a percorrere il partito anche dopo che chi aveva deciso di andarsene da casa se ne è andato e adesso vota anche contro il governo. Sei senatori non hanno votato la fiducia al Rosatellum e molti si aspettano che anche loro, sull’esempio di Grasso, lascino il gruppo parlamentare dei democratici. Il voto di fiducia che Renzi ha chiesto a un Gentiloni imbarazzato (e oltretutto contrariato per le polemiche sulla conferma del governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco) rischia così di diventare un detonatore. Né aiutano i sondaggi, le proiezioni, le simulazioni su cosa accadrà col Rosatellum alle prossime elezioni.

Le previsioni dicono che al Nord il Pd potrebbe andare incontro a un bagno di sangue. E per una ragione molto semplice: il nuovo sistema spinge i partiti a coalizzarsi per conquistare il maggior numero possibile di collegi uninominali. Il centrodestra, sia pure con difficoltà per le note divergenze personali e politiche tra Berlusconi e Salvini, la coalizione la sta costruendo; il centrosinistra, no. A sinistra del Pd ci sono solo avversari che non hanno alcuna intenzione di fare patti con il Pd, o meglio: con Renzi. Ed è per questo che i capi del partito, a cominciare da Dario Franceschini da tempo suonano l’allarme chiedendo che si cerchino delle intese con Mdp prima che sia troppo tardi, ovvero prima di affrontare da soli una sfida che invece richiede la ricerca di una compagnia.

Bastava in questi giorni farsi una passeggiata nel Transatlantico di Palazzo Madama per cogliere tra le fila forziste o leghiste l’ottimismo di chi sente che il vento è cambiato, e vedere invece i musi lunghi dei senatori Pd che nei crocchi non parlavano d’altro: come tornare a contare sul 3-4 per cento di voti che Bersani e D’Alema si sono portati via. Matteo Renzi tuttavia non mostra alcuna fretta – si potrebbe dire: alcuna intenzione – di riaprire il discorso con i suoi avversari di sinistra. Da un certo punto di vista è comprensibile: D’Alema e Bersani dicono che si potranno sedere ad un tavolo solo un minuto dopo che Renzi sarò stato fatto fuori. Questo è impensabile, giacché il segretario è stato di recente eletto alle primarie del partito da quasi due milioni di militanti ed elettori. E dunque?

Dunque c’è chi sta lavorando per una «fase nuova» del Pd. Che significa: più coinvolgimento dei capi corrente, meno mano libera ai renziani. Una operazione che potrebbe scattare all’indomani delle elezioni siciliane quando una sinistra divisa in due tronconi sarà rimasta esclusa dalla gara per il primo posto e dunque per il governo dell’Isola, peraltro finora guidata proprio da un uomo del Pd, quel bizzarro personaggio di Rosario Crocetta. Messa sul tavolo la sconfitta, i capi del partito avranno agio di criticare il segretario anche per le scelte sulla legge elettorale sia nel merito («perché abbiamo fatto un accordo su una legge che rischia di danneggiarci e di favorire Berlusconi e Salvini?») sia sul metodo («perché ci siamo esposti allo strappo con Gentiloni e Mattarella mettendo la fiducia su una materia come la legge elettorale?»). Da questa critica scaturirà la richiesta di un accordo elettorale con la sinistra. Accordo che naturalmente avrà un suo prezzo da pagare. Non resta dunque che aspettare di vedere come Matteo Renzi risponderà a quello che si preannuncia come un vero e proprio accerchiamento.


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