Il partito del non voto e il dovere di esserci

Il partito del non voto
e il dovere di esserci

L’astensionismo gode in genere di una certa indulgenza, anche perché è un modo indiretto per schiaffeggiare la politica, mentre ci si deve chiedere a chi giova. Nel tempo delle parole malate la scelta di andare a votare dovrebbe essere sentita come un dovere civico: azione pacifica in una stagione bellicosa. Scivolando nell’isolamento della diserzione delle urne si resta, poi, prigionieri di un distorto effetto ottico: chiamiamo maggioranze quelle che da tempo sono soltanto le più ampie minoranze. Sovranità popolare? Le stime danno al 35% l’area degli indecisi che comprende circa il 20% di potenziali astensionisti: un universo che, se decide di recarsi alle urne, lo fa all’ultimo momento ed è quel che determina la differenza.

Nel 2013 s’è registrato il tasso più alto: un quarto degli aventi diritto non ha votato. Elezioni da ricordare per un altro fenomeno, al di là della volata grillina e della non vittoria di Bersani: in quella circostanza s’è avuto il record storico del voto volatile, con il 39% di elettori che ha cambiato partito o polo. In 20 anni l’affluenza è scesa di quasi 11 punti: dall’86% del ’94 al 75% del 2013.

La non rimpianta Seconda Repubblica è nata con questo deficit: già nel ’94 gli astensionisti erano il terzo partito. Una tendenza di lunga durata ed è un po’ consolatorio concludere che così fan tutte le democrazie industrializzate.

Si capisce la preoccupazione del presidente Mattarella che, sia nel messaggio di fine anno sia nei giorni scorsi, ha rivolto un appello per il voto, rilanciato dai vescovi. Il nucleo civico di quel richiamo per un’ampia partecipazione è in questa frase: «Chi avverte autenticamente il proprio status non si sente un creditore che esige soltanto, ma avverte che siamo tutti creditori e debitori nei nostri comportamenti». In sostanza: il voto non è un bancomat, bisogna essere della partita e in questo modo le necessarie critiche conquistano piena cittadinanza.

Il 4 marzo sarà uno spartiacque delicato: non ci si può chiamare fuori, se non altro per contrastare una desolante flessione della cultura politica, sovvenzionata da ingannevoli promesse e da un vuoto ideale. Sappiamo che l’astensione è storicamente insediata al Sud, ma che ora riguarda anche il Nord, distribuita socialmente a macchia di leopardo. Ne conosciamo i motivi ma non sempre la gerarchia, un mondo che abbraccia pure sentimenti insondabili: bisogna arruolare Freud più che Sartori.

A mezzo secolo dal Sessantotto si è passati dall’invadenza coinvolgente del «tutto è politico» alla solitudine della politica, dimentica dell’ostinazione dei fatti. Il lato più intrattabile è l’astensione per protesta, forse la più contagiosa: elettori per i quali la fuga dalle urne non è rifiuto di esprimere la propria opinione, ma un modo per manifestarla. La serie storica delle statistiche spiega, però, come ci possa essere una rimobilitazione dell’elettorato in momenti di forte conflitto politico. Potrebbe essere il nostro caso, tuttavia deve essere chiara la posta in gioco: non un passaggio come un altro, ma qualcosa di più, cioè il più importante appuntamento politico nella storia recente del Paese. Fra i tre o quattro poli, come ha spiegato Gentiloni al «Foglio», «ci sono delle differenze perfino più radicali di quelle che si vivevano nella belle époque degli anni ’90, quando lo scontro principale era tra Ulivo e Berlusconi». Mattarella è andato in profondità, con una frase tutta da interpretare, quando ha parlato di una pagina bianca da riempire. La secessione elettorale è figlia di società in mutazione genetica e orfane dei partiti di massa, di un’offerta in libera uscita dalla realtà.

Dinanzi ad una richiesta che tuteli l’interesse generale, si prospetta il Paese di Cuccagna, con promesse corporative per interessi di categoria o di territorio oppure di fasce anagrafiche, confezionate su misura per il proprio bacino elettorale. In questo spaesamento collettivo sullo sfondo di un inquinamento argomentativo, il pallino può essere nelle mani dell’elettore che riesca a catturare l’inganno nascosto dei seduttori infallibili: il problema non è il vero o il falso, piuttosto la «verità verosimile» che non si vede, il quasi vero o il quasi falso, la manipolazione delle aspettative con la complicità di accreditare ciò che è finto.

Per contenere la deriva di verità avvelenate e smascherare il gioco bisogna, però, rispondere alla chiamata. Ognuno deve fare la sua parte, perché qualsiasi società ha la classe dirigente che si merita: la responsabilità non è solo quella degli altri.


© RIPRODUZIONE RISERVATA