Il populismo  sudamericano torna là dove è nato

Il populismo
sudamericano
torna là dove è nato

Dopo Brexit e Trump (atteso dal voto di mezzo mandato) e il terremoto politico in Europa, ecco l’onda lunga dell’estrema destra arrivare in Brasile con la vittoria di Jair Bolsonaro. La famiglia del populismo variamente interpretato si ritrova ricostituita e allargata: in buona compagnia. Si capisce l’omaggio di Salvini all’ex capitano dei parà, chiamato a guidare la più grande democrazia latinoamericana, la quarta a livello globale e l’ottava economia del mondo, in ripresa dopo aver perso il 7% della ricchezza.

In realtà il populismo non ritorna a casa, da dove è partito, ma resta nel subcontinente consolidandosi in mezzo ad altri regimi simili e a robuste democrazie. Questo sistema politico, che in America latina non ha un significato negativo come da noi e che nel male e nel bene è stato parte dell’emancipazione delle masse popolari, solitamente è ricondotto alla primogenitura dell’argentino Juan Domingo Peron. Ma la casa madre è, per coincidenza, proprio il Brasile anni ’30 di Getùlio Vargas che inventò il corporativo «Estado Novo», per poi morire suicida dopo un golpe subito nel ’54. Il Brasile, che è uno Stato federale dalle forti disuguaglianze economiche in chiave territoriale, è stato retto dal ’64 all’85 da una dittatura militare, di cui il neo presidente è un estimatore, per poi esprimere una democrazia di successo. Specie con il riformista Cardoso (che compariva insieme a Clinton, Blair, Prodi e D’Alema) e soprattutto con il leader del Partito dei lavoratori, Lula. Con la guida del presidente-operaio, dal 2002 al 2014, la sinistra ha mitigato le posizioni estremiste, ha varato una serie di riforme che hanno consentito a 50 milioni di brasiliani di uscire dalla povertà, allineandosi non al massimalismo di Bolivia e Venezuela, ma al socialismo riformista del Cile. La stagione dei Bric, il volo dei Paesi di nuova industrializzazione. Il lulismo è finito con il suo titolare in carcere per corruzione e con la sua prediletta, Dilma Roussef, sottoposta a impeachment nel 2016. Da qui bisogna partire per capire il successo di Bolsonaro, razzista e quant’altro di peggio, che ha vinto come sanno fare gli outsider del nostro tempo, all’insegna di «ordine, legge, progresso» e di «Brasile prima di tutto». L’ex ufficiale s’è proposto come uomo nuovo e anti establishment, ma è in Parlamento da 30 anni e ha cambiato 8 partiti. Con una comunicazione aggressiva, ha utilizzato in chiave intensiva i social media in un Paese terzo al mondo per profili Facebook e con 120 milioni di utenti su WhatsApp. Le tre destre che lo hanno portato alla presidenza (la nostalgica, l’evangelica e la liberale in economia) chiedono la lotta alla corruzione (a senso unico?) e alla criminalità che l’anno scorso ha seminato 63 mila morti. Il sistema istituzionale del Brasile, a cominciare dalla magistratura, ha gli anticorpi democratici, ma il multipartitismo (30 partiti) è polverizzato al massimo: il termine che si usa è «partiti in affitto» per indicare una formula clientelare e con scarsa disciplina. Come spesso succede in America latina, la combinazione fra presidenzialismo e multipartitismo produce un’instabile oscillazione tra eccesso di potere e impotenza, con presidenti capricciosi e autoritari che dispongono di poteri più ampi del capo della Casa Bianca. Pure in Brasile s’è replicata la costante europea: il declino delle forze centrali, di sinistra e destra e un senso selettivo della coesione sociale. In una fase in cui la sinistra radicale deve ricredersi dopo la bancarotta dei caudillos in Venezuela e Nicaragua, l’estrema destra nell’epoca del trumpismo ritorna, ma stavolta per via parlamentare. L’ordine liberale, per quanto recente nel subcontinente americano, vacilla dalla vecchia Europa al cortile di casa degli Usa, sotto i colpi di chi ne utilizza i vantaggi per sfruttarne i limiti.


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