Il senso del patrono Padre, non padrone

Il senso del patrono
Padre, non padrone

«Patrono» deriva da pater, padre, da cui però derivano anche «padrino» (nel cattolicesimo, chi presenta al sacerdote un battezzando o un cresimando; in una cosca mafiosa chi svolge un ruolo di dominio), «padrone», «patrimonio». Questo intreccio essenziale, all’interno del quale il sentimento della dipendenza amorosa si lega intimamente con l’esperienza di un potere opprimente e mortale, è, dal punto di vista antropologico, estremamente prezioso e deve essere salvaguardato come tale. In effetti, quando si parla di «padre» e di «madre», e soprattutto di «papà» e di «mamma», si rischia facilmente di cadere in quella stucchevole retorica della famiglia in cui l’amore materno/paterno è sempre dato per scontato e dove tutto, di conseguenza, sembra dover essere, necessariamente, «bello e buono».

La nostra esperienza, verrebbe da dire per fortuna, ci conferma in ogni istante che le cose non stanno così, che non sempre un «padre» è un «papà» e una «madre» una «mamma», che non basta aver generato, essere dei genitori (o dei generanti), per essere anche un «papà» e una «mamma»; la nostra esperienza ci conferma in ogni istante che l’amore, anche quello materno/paterno, non è mai qualcosa di ovvio e naturale, un bene comunque garantito o un semplice «fatto primitivo», dovendo invece essere sempre voluto, ricercato, costruito, accudito, curato, in termini biblici «coltivato e custodito». L’amore non è una sensazione, né un’emozione e neppure un frutto del caso.

La grande letteratura non si è certo lasciata ingannare dalla dolce atmosfera che circonda simili temi; nella Lettera al padre, ad esempio, Kafka scrive: «(...) la sensazione di nullità che spesso mi domina (...) ha origine in gran parte dalla tua influenza (...) Già era sufficiente a schiacciarmi la tua sola immagine fisica. Ricordo, ad esempio, quando ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, imponente. Anche dentro la cabina mi facevo pena, non solo davanti a te, ma davanti al mondo interno, perché tu eri per me la misura di tutte le cose (...). Ai miei occhi assumevi l’aspetto enigmatico dei tiranni, la cui legge si fonda sulla loro persona, non sul pensiero».

«Patrono - recita il Vocabolario Universale Italiano del 1835 - è il nome che presso i Romani avevano i patrizi rispetto ai plebei loro clienti, perché ne assumevano gratuitamente la difesa e la protezione». Un «patrono» protegge e difende ma non come un «padrino» e neppure come un «padrone»; egli protegge e difende come un «padre», laddove un uomo si dimostra all’altezza del senso vertiginoso a cui un tale termine allude (colui che riconosce e si prende gratuitamente cura dell’altro, e non solo del figlio, per il bene dell’altro, e non solo del figlio). Il Cristianesimo, religione del Figlio, non fa che ripeterlo da duemila anni: Dio, l’Onnipotente, il Creatore di tutte le cose, il Sommo e Sublime Essere, è Padre e non padrone, è Padre e non padrino. La Sua grandezza lo distingue chiaramente da quel padre piccolo che è il «padrino», ma lo distingue anche dalla supposta superiorità di quel padre grande che è il «padrone» (Kafka). Ma questi duemila anni, conviene riconoscerlo, sono anche gli stessi che hanno finito per assuefarci ad una simile enormità: noi non ci stupiamo più di fronte a questa buona novella, non ci fermiamo più a riflettere su questo vangelo, non ci lasciamo più interrogare da questo messaggio inaudito: Dio è padre (preferisco utilizzare in questo caso la minuscola; in effetti un vero padre si rivela tale perché ci riconosce e protegge non in alcuni grandi momenti della nostra vita ma nella quotidianità minuscola in cui quest’ultima inevitabilmente si svolge), Dio è Abbà.

La festa del Santo Patrono non fa che ricordarci tutto questo una volta all’anno, incarnandosi, come un vero padre, nelle particolari circostante e rispettando le molteplici tradizioni all’interno delle quali, per l’appunto, i diversi uomini vivono. Secondo il pensiero cattolico il Santo Patrono è colui attraverso il quale e grazie al quale l’infinità della Buona Novella annunciata da Gesù Nazareno si rende vicina alla finitezza delle singole comunità: noi non siamo più «magri, deboli, sottili» mentre Dio è «forte, alto, imponente», non siamo più sudditi di un Tiranno enigmatico e pericoloso, ma siamo figli di un Dio che si dimostra tale proprio nel Suo esserci padre.

Il «patrono», dunque, non è né un «padrino» né un «padrone», ma c’è da sperare, visto che è della speranza che si tratta, che non si finisca per ridurlo ad un pretesto, a quel «patron» in nome del quale si organizzano tornei di scala quaranta e continue sagre all’aperto.


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