Il sindacato «distante»
in un mondo competitivo

Dice bene Luca Legramanti, giovane cislino di Bergamo: «Il punto è che valori come la solidarietà e l’aiuto reciproco non sono di moda, perché prevale l’individualismo». Può essere questo un buon punto di partenza per leggere la ricerca della Cisl Lombardia su come i cittadini vedono i sindacati.
I confederali incassano una striminzita sufficienza (6,03 su una scala da 1 a 10), ma all’interno di una serie di aree critiche frequentate da Cgil, Cisl e Uil. Due su tutte e che riguardano la rappresentan-za: la distanza che separa i giovani dal sindacato, testimoniata dalla minor propensione a iscriversi, e il tuttora inadeguato aggancio all’universo dei precari.

Il dossier mette il dito nella piaga, perché lo squilibrio fra inclusi ed esclusi, fra garantiti e non, si riproduce anche nell’azione sindacale. Non solo gli under 35 continuano ad essere penalizzati e a non avere una finestra sul futuro ma, fermatosi l’ascensore sociale, pagheranno più di altri, e per tutto il ciclo della loro vita, i costi delle disuguaglianze e del rallentamento dello sviluppo. Certo, in termini di rapporto fiduciario c’è chi sta peggio (partiti, istituzioni europee) e il contesto ambientale parla di una generalizzata crisi di rappresentanza delle organizzazioni d’interessi, influendo così sulla qualità della democrazia.

Colpisce però lo scarto fra la notevole dotazione di iscritti (12 milioni, ma una parte consistente è dei pensionati) e quella che appare come una perdita d’influenza sulla società in generale, una difficoltà a dar voce a segmenti importanti del mercato del lavoro e una minore efficacia nella dialettica con il sistema politico. Un anno fa «Civiltà cattolica», la rivista dei gesuiti, parlava di «notte del sindacato»: «La perdita d’identità che va al di là della crisi di rappresentanza degli enti intermedi tocca la natura, la funzione e il ruolo della missione sociale del sindacato». Non è più il tempo delle «eroiche sconfitte» e dagli anni ’80 i confederali sanno che il loro successo non si misura sulla mobilitazione, bensì sulla capacità di presidiare i luoghi del lavoro e sulla capacità di incidere sulle scelte dei governi. Non siamo comunque all’anno zero e il ripensamento autocritico dei sindacati è un cantiere aperto e lo sta riportando nei luoghi dell’infanzia e poi della maturità, là dove è nato e cresciuto: 20 mila contratti aziendali firmati in questi mesi in Italia dicono di una capacità di resistenza e di rilancio e rappresentano una svolta pur silenziosa. Si scontano, poi, dei paradossi come la divisione in tre dei sindacati che, indebolendosi, tengono in vita, e in modo artificiale, una frattura ideologica fuori dalla storia perché appartiene al tempo della Guerra fredda. Il sindacato sconta dunque anche errori propri, ma sbaglia pure chi, compiaciuto, ha scommesso sull’emarginazione delle organizzazioni dei lavoratori legando l’indebolimento dei confederali al rafforzamento dell’economia. Questa deriva non ha portato all’età dell’oro, perché meno sindacato vuol dire rallentamento della produttività e del potere d’acquisto dei lavoratori, che sono all’origine dei bassi consumi e della minore crescita. Il sindacato si trova in difesa da anni e la sua azione si dispiega – per allargare l’analisi introdotta dal giovane Luca – in un mondo che va dall’altra parte, dismettendo un po’ alla volta i valori che hanno costruito il capitalismo consensuale e l’impianto della protezione sociale. Competizione e individualismo, consumati in modo radicale, non sono, per così dire, sindacalizzabili.

La flessibilità è concetto e prassi su base personale e, in taluni casi, è coerente con i nuovi stili di vita che affollano la solitudine. La classe operaia (tranquilli) c’è ancora, benché non se la passi bene, tuttavia non è più pensata come tale dagli stessi interessati, ciò che distingue un ceto sociale. E il venir meno della solidarietà fra generazioni in questa aristocrazia del lavoro è in qualche modo incoraggiato dal rito competitivo. La stessa scomposizione delle classi sociali, illustrata dall’Istat, non è fatta per essere rappresentata o ricomposta a sintesi.

Le difficoltà e i deficit del sindacato riflettono quelli della società in generale, sapendo che il campo da gioco è quello della democrazia. C’è sempre bisogno, specie in questi tempi magri, di un sindacato forte e responsabile capace di conciliare gli interessi dei suoi iscritti con quelli del Paese. Ma segnalare i limiti di Cgil Cisl e Uil e insistere su una nuova stagione riformista fa bene a loro e a tutti.

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