Il venerdì nero e le colpe dei sordi

Il venerdì nero
e le colpe dei sordi

Cadaveri sulla spiaggia. Uomini e donne senza vita coperti da pietose mani con i teli da bagno colorati che fino a un momento prima erano serviti contro la sabbia bollente. Rivoli di sangue assorbiti dalla rena pettinata dei resort per turisti occidentali. E sullo sfondo, a rendere ancora più assurdo lo scenario, ombrelloni in fila indiana stile palmizio, mossi dal vento dell’estate mediterranea. Sono le prime foto del massacro di Sousse, in Tunisia (ancora in Tunisia dopo l’orrore del museo del Bardo), con i terroristi arrivati dal mare ad annichilire persone inermi in costume da bagno.

La morte in vacanza, dispensata da una macelleria sempre aperta, quella dell’Isis. Trentasette vittime, una quarantina di feriti. E una strage simbolo per calpestare ciò che sarebbe più sacro anche per l’Islam, il venerdì nel periodo del Ramadan. Ma ormai lo sappiamo, niente ferma la mano dei guerriglieri neri, capaci di esibirsi in blitz coordinati per terrorizzare il mondo. Questa volta tre attentati in contemporanea, una prova muscolare senza precedenti per sincronizzazione. Tre obiettivi emblematici: una spiaggia alla moda in Tunisia (messaggio agli europei), una moschea in Kuwait (messaggio agli sciiti d’un Paese alleato degli europei), una fabbrica alla periferia di Lione, con un cadavere decapitato che rimane paradossalmente il gesto meno coerente.

L’emergenza è enorme, l’attesa di nuovo sangue e di nuovi agguati è costante. E c’è la palpabile sensazione che la diplomazia internazionale debba cambiare decisamente passo per fermare i massacri del Califfato. Eppure su di noi si avverte una cappa di assuefazione, tornata a opprimere i popoli d’Europa dopo la potente scarica di adrenalina dell’eccidio di Parigi. Sembra che parlare delle crudeltà di Mosul, della fuga dei cristiani nelle pietraie irachene, delle devastazioni a Palmira, dell’eroica resistenza curda nei luoghi più impensati (ieri è ripartito l’assedio di Kobane) sia trattare argomenti lontani e ovattati, esotiche trame per romanzi da sdraio. Fanno quasi più scalpore i dolori del giovane Fassina.

Il problema è che loro agiscono e noi siamo fermi. Loro parlano e noi siamo sordi. Ad anticipare il venerdì nero erano arrivati segnali inequivocabili. Nei giorni scorsi i leader dell’Isis avevano invitato i loro adepti e le loro cellule incistate dentro l’Islam moderato a rinnovare attentati contro i cristiani e i musulmani sciiti, considerati poco meno che infedeli. Un portavoce del Califfato, Abu Muhammad al-Adnani, aveva invitato con un messaggio audio a «trasformare il mese santo in un tempo di calamità per gli infedeli».

La geopolitica del mondo conduce a noi. Non si può più considerare il Mediterraneo solo una piscina di cultura, affari e cene in terrazza. La culla della civiltà sta tornando ad essere epicentro di domande epocali, di problemi sociali, di coesistenze dolorose e necessarie. Servono risposte e la politica internazionale non può più disinteressarsi di quella che Mussolini chiamava «la terza sponda». C’è anche un macabro marketing dietro gli eccidi del Ramadan. Proprio ieri l’esercito di Al Baghdadi ha subìto una bruciante sconfitta nella sua avanzata in Libia: ha perso Derna, capoluogo d’una zona da sempre favorevole all’estremismo islamico. Le condizioni di vita imposte alla popolazione erano diventate così insostenibili che in cinque giorni le tribù locali hanno cacciato i guerriglieri neri dalla città. Nessun moto di gioia: ha perso l’Isis, ma ha vinto Al Qaeda.Il tutto oggi risulta insignificante davanti a quattro terroristi armati di kalashnikov che sbarcano dai gommoni per portare la morte su una spiaggia felice.


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