Il vero miracolo è essere accolti

Il vero miracolo
è essere accolti

Quando si parla dell’amore non si sa mai bene di che cosa si stia parlando. Spesso noi lo confondiamo con una sensazione, con un’emozione, con una passione, a qualcosa che proviamo, a un sentimento che ci riguarda e ci coinvolge profondamente. L’argomento è talmente spinoso, di difficile elaborazione, che alcuni preferiscono relegarlo nella sfera degli eventi adolescenziali o giovanili, mentre altri arrivano addirittura a sostenere, vantandosi di un tale realismo spietato, ch’esso che non esiste, che ciò che si chiama amore è in realtà semplicemente una forma camuffata di egoismo. E poi ci sono i fatti di cronaca, sempre abbondanti e soprattutto inequivocabili. C’è violenza e ingiustizia dappertutto, non solo sulle spiagge di Rimini; le parole di Isaia non hanno bisogno di alcuna interpretazione e non attendono alcuna conferma: «Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi» (5, 7).

È difficile se non impossibile parlare dell’amore. Bisogna essere lucidi, non farsi trasportare dai luoghi comuni e dagli stereotipi letterari e televisivi; ci vuole un grande pudore ed un’estrema delicatezza nel maneggiare simili parole. Eppure ci sono delle esperienze che non si riescono neppure ad accostare senza questa grande ipotesi, senza l’ipotesi che forse l’uomo è l’unico vivente capace di voler e di fare il bene, capace di amare. Una di queste esperienza è senza alcun dubbio quella della maternità e della paternità. In questi casi il centro della relazione affettiva è radicalmente spostato verso l’altro: l’essenziale non è ciò che io provo o vivo ma che l’altro viva e stia bene, o forse meglio: ciò che io vivo e sento riguarda in ultima istanza proprio il vivere bene dell’altro. In un formidabile passaggio dell’Etica nicomachea (VIII, 8, 1159 a, 25-35) Aristotele afferma: «D’altra parte, si ritiene che l’amicizia stia più nell’amare che nell’essere amati: prova ne sono le madri, che godono di amare: alcune, infatti, danno i propri figli a balia, e li amano, ben sapendo che sono figli loro, ma non cercano di farsi ricambiare l’amore, se non siano possibili entrambe le cose, ma sembra che sia sufficiente per loro vederli star bene, ed esse li amano anche se quelli, non conoscendo la propria madre, non le rendono nulla di ciò che ad una madre si conviene rendere». È banale, estremamente banale ma anche insistentemente quotidiano; di fronte alla domanda «Che cosa desideri per tuo figlio?», non c’è madre o padre, se sono madre e padre, mi verrebbe da dire se sono una madre e un padre normali, che non risponda «Che viva e stia bene». Per l’appunto (vergognarsi di una simile «banalità» significherebbe vergognarsi di essere uomini): «ti voglio bene, cioè voglio il tuo bene».

Un altro aspetto essenziale dell’esperienza della maternità/paternità, forse esclusivo di questa esperienza, è che l’altro, il figlio, fin dall’inizio e per un lungo periodo, si consegna totalmente nelle mani dei genitori. Il figlio è e resta per lungo tempo nelle mani dei suoi genitori e queste mani - perché negarlo? - possono accogliere ma anche distruggere. Di fronte ad un neonato ci si imbatte sempre in questa strana esperienza: quella di un’estrema impotenza, la sua, di fronte ad un’estrema potenza, la nostra, estrema potenza che tuttavia proprio di fronte al piccolo impotente si trova rinviata all’evidenza di non potere nulla. Alla fine, se ci si pensa bene, l’estrema impotenza è la nostra e la gloria della potenza è la sua, e in questa potenza impotente, quella del figlio nelle mani dei genitori, ciò che non cessa di risuonare, direbbe Lévinas, è l’antico comandamento «Tu non ucciderai». Il figlio, fin dal suo concepimento, si consegna nelle mani della madre e del padre e attende; chi attende è dunque il figlio e ciò che attende è in verità quello che da sempre attendiamo tutti: di essere riconosciuto e accolto, per quello che è e come è. In effetti, a pensarci bene, non c’è miracolo più grande di questo: essere riconosciuti e accolti per come si è. La samaritana ne è una prova. La nascita delle due gemelline siamesi è stato un «evento eccezionale» frutto di un «intervento eccezionale»; non ci sono dubbi e bisogna essere orgogliosi di tutta questa eccellenza. Inizia ora un’avventura lunga ed incerta fecondata tuttavia da una certezza che nessuna mediocrità potrai mai più negare; alle due piccole, infatti, bisognerà dirglielo prima o poi: la vera eccellenza è stata quella dei loro genitori che fin dall’inizio e con consapevolezza le hanno riconosciute e accolte. Questo è il miracolo: prima ancora di nascere erano già figlie di una madre e di un padre.


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