In Europa non siamo tutti uguali

In Europa non siamo
tutti uguali

Il neo governo austriaco di Sebastian Kurz vuole il doppio passaporto per gli altoatesini di lingua tedesca, rinuncia al pareggio di bilancio in favore di un calo drastico dell’imposizione fiscale. In Germania la grande coalizione inciampa sulla richiesta socialdemocratica di un’assicurazione sanitaria eguale per tutti e non più distinta fra assistenza a carattere privato e pubblico. Il vecchio continente non è più lo stesso di venti anni fa e nemmeno quello del 2017.

È una fase di passaggio verso una nuova Europa che fa riferimento alla tradizione identitaria. La novità di questi ultimi anni è la vocazione dell’Est europeo verso un tipo di Unione che prende le distanze dall’idealismo sovranazionale. Diversamemte dall’Italia le tracce dell’egemonia culturale francese sono più labili al di là dell’Elba e del Danubio. Prevalgono le nostalgie per valori universali legati al radicamento culturale dei popoli, alle loro identità nazionali. Ciò che tiene unito le diversità è l’appartenenza a dimensioni universali che prescindono dal razionalismo. Il sangue, il territorio, la nazione non possono essere modificate dal volontarismo egualitario così come la sacralità del creato rimane testimonianza di un processo riconducibile a entità indipendenti dal volere dell’uomo.

Tutto questo ha trovato nel tempo un consolidamento nella tradizione millenaria del cristianesimo. L’impero asburgico vede le nazioni, i popoli trovare una ricomposizione nella fede ad un comune sentire. Questo spiega perché il capo del governo ungherese Viktor Orban ha nel consenso del suo popolo l’arma migliore per rivendicare un’identità storica che ha il suo baluardo nella vittoria sugli ottomani alle porte di Vienna nel 1684. La difesa dei diritti umani ha senso quindi nella salvaguardia della propria identità. Solo la Germania con un enorme debito da saldare con il mondo civile può appellarsi al dovere morale di avallare l’ingresso indiscriminato di milioni di migranti all’interno dei propri confini. E non senza un calcolo economico. Con una produzione industriale in costante crescita e una popolazione attiva in calo investire su nuova forza lavoro risponde alla logica imprenditoriale. Ma ciò che ha senso sul lungo termine non sempre trova consenso politico a breve. Il governo di Angela Merkel ha dovuto pagare dazio. Il prezzo è stato alto. Da quel momento si è innescata una reazione nell’elettorato che di fatto sta segnando la fine dell’era Merkel. In termini di investimento economico e politico la potenza industriale tedesca ha guadagnato consensi tra i suoi partner commerciali, Cina in primo luogo. Ma le esigenze dell’industria tedesca non collimano sempre con il sentire dell’opinione pubblica. La Germania non è più solo economia.

È questa la lezione che la classe politica tedesca va apprendendo in questi giorni. Il vento dell’Est soffia anche su Berlino. Alle elezioni di settembre vi è stato uno spostamento del 13% dell’elettorato verso l´Afd cioè verso lo schieramento politico che rivendica aspirazioni nazional-conservatrici. Il passo verso visioni politiche di sapore nazionalsocialista è breve e questo spiega l’isolamento nel Bundestag. Ma nella popolazione i principi di affermazione nazionale di cui Afd è portabandiera trovano condivisione malcelata. Ed è questo il motivo che ha portato al fallimento della coalizione con i liberali. L’elettorato conservatore deluso rivendica visibilità. Vuole marcare più le differenze tra i popoli. Non siamo tutti uguali in Europa è questa la liberazione dal politicamente corretto. Il dopo Merkel è già iniziato e avrà una chiara connotazione nazionale e identitaria.

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