Ischia, a uccidere è stato l’uomo

Ischia, a uccidere
è stato l’uomo

Per capire quel che è accaduto a Ischia dobbiamo partire dalle parole del vescovo di Rieti monsignor Domenico Pompili, pronunciate esattamente un anno fa di fronte alle vittime del terremoto del Centro Italia: «Non è la natura a uccidere, ma l’uomo». L’uomo con la sua incuria, con la sua negligenza. È esattamente quel che è accaduto l’altroieri. Come hanno spiegato senza esitazione geologi e tecnici non è stato il terremoto a uccidere, ancora una volta è stato l’uomo. Ischia poi è una caso esemplare: ha conosciuto terremoti, inondazioni, frane, dissesti idrogeologici e si continua a cementificare una delle nature più belle, più antiche e più incontaminate d’Italia, a strappare vigneti, orti, alberi secolari per far posto a strutture turistiche che ospitano da gennaio ad agosto oltre due milioni di presenze.

Ed ecco che ancora una volta è accaduto quel che è accaduto: un terremoto di magnitudo 4.0 che non dovrebbe provocare danni sensibili finisce per causare morte e distruzione come se fosse un sisma del quinto o del sesto grado, mille volte più forte. In Giappone non se ne sarebbero nemmeno accorti, qui ha causato l’ennesima tragedia. Per Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi «è francamente allucinante che un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese». Quello che lascia interdetti, aggiunge, «è la mancanza di atti concreti per la prevenzione». Già, la prevenzione. Ischia, l’antica Pitecussa, la prima colonia della Magna Grecia è un’isola emersa in un’area vulcanica, conosciuta da sempre per la sua bellezza e la sua fragilità geologica. La sua storia è disseminata di disastri. Nel 1883 un terremoto del quinto grado della scala Richter provocò oltre 2 mila morti, tra cui i genitori e la sorella del filosofo Benedetto Croce.

La memoria ancestrale delle generazioni dovrebbe portare a costruzioni che fanno tesoro di quegli avvenimenti e invece non si fa tesoro del passato, si costruiscono ancora case sulla sabbia. Il capo della protezione civile Angelo Borrelli ha parlato senza mezzi termini di «materiali scadenti» quelli che hanno fatto cadere come un castello di carte la palazzina in cui è rimasta seppellita un’intera famiglia, per fortuna scampata alla morte grazie alla perizia dei soccorritori (e un giorno bisognerà pure parlare della bravura e della professionalità dei nostri vigili del fuoco, che salvano vite per 1.300 euro al mese). Sempre bravi nell’emergenza, nell’organizzazione dei soccorsi, nella solidarietà e gli aiuti, sempre pessimi nel campo della prevenzione. È sempre la solita storia in quest’Italia in emergenza cronica: a uccidere non è il terremoto, ma l’abusivismo. Si costruisce dove non si deve, senza controlli e messa a norma, su terreni franabili, con cementi impoveriti. Nel Comune di Ischia pendono 7.235 domande di sanatoria, l’isola è la quinta in termini di abusivismo secondo una classifica stilata da Italia Nostra. Ma in Italia l’abusivismo è un peccato veniale, sanabile con un bel condono, come sa il sindaco di Licata Angelo Cambiano clamorosamente defenestrato perché voleva andare contro all’opinione e all’andazzo corrente, come in un film di Ficarra e Picone.

L’opera pubblica più importante in Italia dovrebbe essere la messa in sicurezza di un territorio che è al primo posto in Europa per rischio sismico insieme alla Grecia, per non parlare delle alluvioni, delle frane e di tutti gli altri pericoli che minacciano il patrimonio abitativo. I costi della messa a norma statica variano da un minimo di 36,8 miliardi per i 648 Comuni più a rischio della fascia appenninica e la Sicilia agli 850 miliardi per la messa in sicurezza di tutto il Paese. Ma già una spesa di 100 miliardi, calcola il Consiglio nazionale degli ingegneri, potrebbe produrre una protezione del patrimonio edilizio significativa. Tra l’altro i costi della ricostruzione sono molto maggiori, si calcola almeno 150 miliardi negli ultimi dieci anni e dunque l’operazione oltre al risparmio di vite umane produrrebbe effetti importanti anche dal punto di vista economico, darebbe lavoro e reddito a un comparto, come quello edilizio, in crisi da anni. Ma la politica sembra più accarezzare l’idea dei condoni che quella della ricostruzione. La prevenzione non produce un risultato immediato, un consenso visibile. Nessuno vuole accusare qualcuno di cinismo ma paradossalmente frutta più elettoralmente girare tra i sopravvissuti e promettere opere di ricostruzione che mettere in sicurezza gli edifici del proprio Comune. La prevenzione non porta voti. Quanto meno per una classe politica miope. E dunque si va avanti a condoni fino a una breve pausa in occasione della prossima tragedia.


© RIPRODUZIONE RISERVATA