Israele e Palestina La violenza non serve

Israele e Palestina
La violenza non serve

Come in tutto ciò che accade in Medio Oriente, anche nelle manifestazioni che i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato lungo il confine con Israele si celano significati che vanno ben oltre il fatto in sé. Le tendopoli che Hamas ha allestito per ospitare gli attivisti, e da cui avrebbe dovuto dispiegarsi la marcia per occupare simbolicamente una striscia di territorio israeliano, volevano ricordare i sei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano, il 30 marzo 1976, mentre cercavano di difendere le loro terre dall’esproprio.

E sono la base diciamo così «morale» su cui costruire il mese e mezzo di proteste che condurranno al 15 maggio, il giorno della Nakba (catastrofe), ovvero la data della proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, dell’inizio della guerra e dell’esilio o dell’espulsione forzata per centinaia di migliaia di palestinesi.

Ma questo è solo il primo piano della scena. In prospettiva si scorgono altri simboli e obiettivi. Con questa massiccia mobilitazione popolare, Hamas ricorda ad Al Fatah e Abu Mazen che controllano la Cisgiordania, sia a Israele, di essere tuttora un interlocutore decisivo. Il processo di riunificazione tra palestinesi, che prevede il passaggio del controllo della Striscia all’Autorità presieduta appunto da Abu Mazen, è partito nell’autunno scorso ma vive già momenti difficilissimi. Rami Hamdallah, il premier della Palestina, è sfuggito per miracolo a un attentato organizzato contro di lui a Gaza e Abu Mazen non nasconde l’insoddisfazione per i ritardi nel trasferimento dei poteri.

Riempiendo le tendopoli, Hamas in sostanza dice: la gente è con noi, non pensate di tagliarci fuori. E ricorda ad Abu Mazen che il processo di riunificazione andrà in porto solo a patto di sfociare in libere elezioni, che tra i palestinesi non si tengono dal 2006, quando appunto vinse Hamas. Risultato che spalancò la porta al conflitto tra palestinesi che consegnò il controllo della Striscia a Hamas e la Cisgiordania al Governo sempre meno democratico di Abu Mazen. Da qui alla fine delle proteste, inoltre, non mancheranno i telegrammi a Donald Trump, visto che la Casa Bianca ha scelto proprio il 15 maggio, giorno della Catastrofe palestinese, per aprire l’ambasciata a Gerusalemme. Una scelta così muscolare e arrogante che si potrebbe capire in Netanyahu, non in un centro di potere che dovrebbe cercare la composizione e non provocazioni fini a se stessa.

Non mancano i doppi e tripli sensi anche sul fronte di Israele. Schierare l’esercito ma pure decine di cecchini con l’evidente disposizione di sparare anche sui civili, che avrebbero al massimo occupato qualche metro quadro di terreno per poche ore, è un manifesto politico, più che una tutela dell’ordine. E nello stesso tempo racconta dell’eterno incubo di Israele, quello dell’incremento demografico dei palestinesi. Nella folla che si ammassa lungo il confine lo Stato ebraico vede lo spauracchio di una maggioranza non ebraica che potrebbe travolgerlo. Destino che però Israele si è scelto da solo, continuando per decenni a occupare i territori dove vivono i palestinesi. Un vicolo cieco che impone la scelta tra violenza (per controllare la maggioranza araba) e inferiorità nei numeri da cui non saranno certo i cecchini a farlo uscire.

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