La calunnia è come un’arma

La calunnia
è come un’arma

Un pettegolezzo calunnioso non svanisce mai del tutto, se molti lo ripetono: anche la calunnia è una specie di divinità. Sono parole di Esopo, scrittore greco vissuto tra il 620 e il 564 avanti Cristo. La diceria, la denuncia coscientemente falsa, con la quale si attribuisce a una persona una colpa o un fatto che ne offenda la reputazione, esiste dalla notte dei tempi, non è una novità di questa epoca. È cambiata invece l’intensità nel ricorrere alla calunnia - in un tempo competitivo e rancoroso, con una comunicazione che ha a disposizione mezzi veloci e pervasivi - da parte di individui più che di cittadini che sentono la responsabilità dell’appartenenza ad una comunità. Nella politica il discredito dell’avversario è quasi all’ordine del giorno, criticato per quello che è e non per quello che dice, dentro un confronto che dovrebbe essere invece sulle idee, non sulla reputazione delle persone. Ma la calunnia è un’arma utilizzata anche nel piccolo cerchio familiare, laddove magari nascono beghe per cose futili, come la spartizione di una proprietà. E ancora è brandita nella scuola, con i professori costretti a difendersi dalle calunnie di genitori che non accettano il voto assegnato al figlio o alla figlia.

Ribattere alla calunnia è difficile, soprattutto quando si diffonde velenosamente negli ambiente della vita ordinaria: come ci si può difendere da una falsità di un fatto non commesso o di un’attitudine negativa che non si possiede?

La pericolosità della calunnia è tale che Papa Francesco ne denuncia il male con insistenza, con interventi ripetuti, paragonandola al terrorismo perché lascia ferite profonde nell’animo delle persone, la cui reputazione è spesso irrimediabilmente rovinata. «Il rispetto della reputazione delle persone - disse il pontefice nel maggio scorso - rende illecito ogni atteggiamento e ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano. Si rende colpevole di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a erronei giudizi sul loro conto». Ma il Papa si spinge oltre, condannando anche il chiacchiericcio e le dicerie, già censurate nel 2014 incontrando la Curia romana per gli auguri natalizi, quando indicò le 15 malattie che affliggono la Curia stessa. Tra queste la malattia dei pettegolezzi: «Si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche che, non avendo il coraggio di parlare direttamente, parlano dietro le spalle». A giugno disse invece che«le dittature iniziano con la comunicazione calunniosa. Basti pensare alla persecuzione degli ebrei nel ’900».

Sul tema Papa Francesco è tornato giovedì scorso, nella catechesi sull’ottavo comandamento («Non dire falsa testimonianza»): «Tutti noi viviamo comunicando e siamo continuamente in bilico tra la verità e la menzogna. Ma cosa significa dire la verità? Significa essere sinceri? Oppure esatti? In realtà, questo non basta, perché si può essere sinceramente in errore, oppure si può essere precisi nel dettaglio ma non cogliere il senso dell’insieme. A volte ci giustifichiamo dicendo: “Ma io ho detto quello che sentivo!”. Sì, ma hai assolutizzato il tuo punto di vista. Oppure: “Ho solamente detto la verità!”. Può darsi, ma hai rivelato dei fatti personali o riservati. Quante chiacchiere distruggono la comunione per inopportunità o mancanza di delicatezza!».

Chiacchiere e calunnie allontanano le persone invece di avvicinarle, impedendo la costruzione di comunità, di relazioni buone. È un paradosso - ad esempio - che un ambito come quello della giustizia sia un fattore di divisioni. Le inchieste che dovrebbero ricostruire la verità vengono spesso usate dalla politica e dalla comunicazione come un’arma: l’avviso di garanzia, che è a tutela dell’indagato, è ormai diventato un’onta che rovina la reputazione di chi ne è destinatario. Ne era consapevole il grande giudice Giovanni Falcone, quando diceva che «il sospetto è l’anticamera della calunnia».


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