La cannabis a scuola tra pigrizia e prediche

La cannabis a scuola
tra pigrizia e prediche

La cattiva notizia ce l’ha fornita l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri: dal 2011 al 2014 il consumo di cannabis da parte dei ragazzi nella Bassa bergamasca è aumentato del 30%. Intanto, sempre a Bergamo, sono stati arrestati otto studenti, di cui sette minorenni, per spaccio di droga. Uno studente ha dichiarato: «La droga qui scorre a fiumi». Il consumo di droghe sta aumentando, anche perché il loro mercato si sta allargando ai giovanissimi.

Sulle cause del fenomeno, mai le analisi sono state così sovrabbondanti: dal nichilismo alla «perdita del padre», dal «disagio della civiltà» globalizzata alla crisi della famiglia, alla perdita di Dio. Per noi adulti queste analisi finiscono paradossalmente per funzionare come alibi, perché non ci interpellano mai personalmente. Le responsabilità stanno sempre altrove, in grandi dinamiche collettive, fuori controllo. Se uno dei nostri figli viene lambito, la colpa sta «fuori»: nelle cattive compagnie – un classico di ogni tempo –, nella struttura della società, nella Rete. La reazione degli educatori è quella delle prediche volenterose, delle generose retoriche del «si dovrebbe».

Il professor Damiano Merlini dell’Istituto «Fantoni» di Clusone invita gli insegnanti a non rivolgere l’attenzione «al solo percorso di apprendimento degli studenti, ma anche alla maturazione del loro mondo valoriale, alle richieste – spesso silenziose – di aiuto. Guardiamoli negli occhi questi nostri ragazzi e scopriremo un desiderio profondo di felicità, una sete di risposte vere, lontane da illusioni pericolose, da facili scorciatoie, da labirinti senza via d’uscita».

Ben detto! Il passaggio al «ben fatto» richiede, tuttavia, la risposta pratica alla seguente domanda: quali cambiamenti istituzionali deve operare, qui e ora, la scuola per contribuire, insieme alla famiglia, alla «maturazione del mondo valoriale» dei ragazzi e per dotarsi degli strumenti per «guardarli negli occhi»? Il primo passo, decisivo, è quello della conoscenza profonda di ciascun ragazzo. È un problema che l’istituzione si pone solo di fronte a comportamenti devianti e, in genere, lo risolve affidandosi a un esterno, allo psicologo. In realtà, ciascun ragazzo deve essere conosciuto in profondità dalla comunità educante. Chi raccoglie i coriandoli di conoscenza del singolo, che sono sparsi tra famiglia, compagni di classe, insegnanti delle discipline? Nessuno. Non esiste nessuna figura istituzionalmente deputata a questo. Tutto è lasciato alla generosa disponibilità dei singoli docenti.

La scuola è un’istituzione per insegnanti, non per ragazzi, benché i nostri 8 milioni di studenti passino tutti di lì. Letizia Moratti aveva proposto di introdurre la figura dei «tutor». I sindacati e la sinistra opposero resistenza come i greci alle Termopili: Serse passò, la Moratti no. Istituire una figura del genere significava, infatti, aprire la strada alla differenziazione di ruoli, carriere e stipendi. Non fosse e non sia mai. Gli insegnanti devono essere tutti uguali: stesse funzioni, stesse ore, stesso stipendio. Così il ragazzo, che oltrepassa ogni mattina la soglia della scuola, entra in contatto superficialmente con molti adulti e con nessuno, non incontra nessuna comunità professionale educante. Entra in una «repubblica di unici» assisi in cattedra. C’è sempre un insegnante di cui si fida di più, che esercita carisma; ma l’istituzione non c’è.

Non basta che ciascun insegnante «guardi negli occhi il ragazzo»; occorre concentrare tutti questi sguardi in unico raggio di luce penetrante. Non accade. Il che è come dire che i ragazzi sono abbandonati alla propria fragile solitudine, oscillante tra libertà, licenza, conformismo. La solitudine espone tutta la nostra fragilità alle intemperie della vita. A maggior ragione un ragazzo solo. Una scuola autonoma è una scuola capace di diventare comunità educante per i nostri figli. Sennò è l’autonomia di un ufficio postale.


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