La crescita è tornata ma l’Italia arranca

La crescita è tornata
ma l’Italia arranca

Non si sa se ridere o piangere dopo la presentazione degli ultimi dati sulla situazione macroeconomica dell’Unione forniti l’altro ieri dalla Commissione europea. I numeri nudi e crudi ci dicono di una crescita che è tornata al livello degli ultimi dieci anni (la crisi economica, dopo lo scoppio delle varie bolle finanziarie e creditizie, è cominciata all’incirca nel 2008), con qualche incertezza all’orizzonte ma con un ventaglio di rischi tutto sommato «equilibrati». Ma il guaio è che nella classifica dei 28 Stati membri l’Italia è il fanalino di coda. Proprio così. Il nostro Paese cresce meno della Spagna, della Romania, della Bulgaria, della Slovenia, persino della Grecia. Cresce meno di tutti, anche se ha volumi enormi in termini assoluti, soprattutto se si guarda all’export e alla seconda manifattura europea dopo la Germania.

A livello di zona euro la crescita prevista è del 2,2 per cento per il 2017, per poi rimanere sostanzialmente stabile nei prossimi due anni (è una questione di decimali). Non siamo a livello dei Paesi del Far East o della Cina e nemmeno alle vigorose riprese degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, ma è pur sempre un segnale di cauto ottimismo, una crescita moderata; «robusta» come ha affermato il commissario agli Affari monetari, il francese Pierre Moscovici, che ci fa sperare nella creazione di nuovi posti di lavoro (l’Europa ha venti milioni di disoccupati).

Come detto, pur in moderato aumento, l’Italia è in coda nella ripresa dei Paesi europei, addirittura dietro i due principali «vulnus» dell’economia del continente: la Gran Bretagna e la Spagna. Nel primo caso, il Regno Unito ha a che fare con l’uscita dall’Unione europea decretata con la Brexit, (il 29 marzo 2019, alle ore 23, ha annunciato il premier britannico Theresa May). Tutto questo potrebbe significare un rallentamento prolungato dell’economia inglese, con buona pace dei sudditi di Sua Maestà. Un altro Stato dell’Unione alle prese con una stabilità molto particolare è la Spagna (che peraltro ha una crescita del Prodotto interno lordo sopra la media, con il 3 per cento). Dopo il referendum secessionista e i moti di piazza di Barcellona, il governo di Madrid teme ripercussioni economiche in tutto il Paese. Moscovici ha parlato di possibili impatti sulla crescita (anche se finora le reazioni sui mercati sono state molto contenute). Non dobbiamo dimenticare che la Catalogna è la regione più ricca e più produttiva della Spagna, un po’ come la Lombardia e il Nordest in Italia.

Nella manovra economica il premier italiano Paolo Gentiloni prevede una riduzione del deficit strutturale dello 0,3 per cento del Pil (dato che naturalmente fa storcere il naso ai tecnocrati di Bruxelles, poiché vorrebbero molto di più). Ciò detto Moscovici è parso cautamente ottimista sul futuro del nostro Paese. «L’Italia è sulla buona strada», ha detto, «anche se sforzi sono sempre necessari».

Ma l’Italia ha problemi che non si possono nascondere sotto il tappeto. I primi sono di tipo strutturale, come il debito pubblico altissimo (su cui pesa come sempre la spada di Damocle della speculazione internazionale) che ci impone interessi ingenti bruciando risorse e potenzialità, un apparato amministrativo ipertrofico nonostante le numerose «diete» degli ultimi anni imposte dai vari governi, una popolazione sempre più anziana e una disoccupazione giovanile altissima. È un Paese bolso, poco incline all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo. E soprattutto ha davanti delicatissime elezioni politiche che potrebbero inaugurare una fase di pericolosissima instabilità. L’Italia insomma sembra bloccata nella tenaglia dei suoi vecchi problemi strutturali e in quelli nuovi legati alla tumultuosa situazione politica.

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