La crisi del Pd nel momento peggiore

La crisi del Pd
nel momento peggiore

Con il debutto del nuovo partito-movimento alla sinistra del Pd, la scissione fra i democratici diventa realtà formale e si compie così il tormentato percorso iniziato a fine 2013 quando Renzi vinse le primarie. Si chiude in parte una stagione e quella che si apre non promette di rasserenare gli umori, di pacificare una comunità divisa, dove s’è persa per strada la connessione sentimentale fra storie nate in modo diverso. Una separazione mal governata, protrattasi quasi meccanicamente, per sfinimento, che lascia unr etrogusto amaro fra i più responsabili e che va a incidere sulla carne viva di un popolo smarrito: fra chi se n’è andato e chi è rimasto.

Un trauma che, al netto di tutto il resto, va visto nella tempesta storica e politica che attraversa l’Europa con la crisi del bipolarismo e dei partiti tradizionali, di destra e di sinistra. Siamo nel bel mezzo di uno spariglio, dominato dall’incertezza e dall’imprevedibilità e si capisce il «bisogno di stabilità» richiamato da Mattarella, un’esigenza che si collega direttamente con la fragile situazione interna.

Per riassumere: non c’è una legge elettorale, non si sa quando si andrà a votare (e di fatto l’Italia è in campagna elettorale dal 2013), il rapporto con l’Europa è contrastato e nel frattempo bisogna trovare un po’ di miliardi per tamponare le falle di bilancio. Per una singolare coincidenza, la scissione del Pd segue di poco il monito Ue per evitare la procedura d’infrazione. Quindi il governo, entro aprile, deve raccogliere 3-4 miliardi per ridurre il deficit strutturale in un Paese che già cresce meno dei soci dell’eurozona e dove il debito pubblico rappresenta una delle maggiori fonti di vulnerabilità, specie nella prospettiva del venir meno dello scudo della Bce.

Si prospetta così uno scenario in cui le battaglie identitarie nel Pd potrebbero scaricarsi sui provvedimenti del governo. Un esecutivo supplente, con Gentiloni che s’è ritagliato un ruolo «terzo» rispetto ai due Pd e che, strada facendo in vista delle primarie, potrebbero farsi in tre. Benché l’itinerario di Gentiloni e di Renzi resti parallelo, la situazione è tale che i dem e gli scissionisti sostengono (fin qui e almeno a parole) il governo, ma non rinunciano al conflitto. La messa a punto della manovra finanziaria di settembre (con quale esecutivo?) è il primo test di due mondi inconciliabili e avviene sul terreno più sdrucciolevole: la Legge di stabilità, infatti, è di tale portata (20 miliardi) che dovrà avere o consistenti tagli di spesa o aumenti delle entrate. Vi saranno due pressioni contrapposte.

La prima riguarda le tasse: Renzi non le vuole aumentare, e infatti ha già spiazzato il ministro Padoan, mentre l’ala bersaniana intende porre il tema della redistribuzione fiscale a carico dei ceti abbienti. Il tempo di nuove scelte impopolari e costose sul piano del consenso, fra vincoli europei e coperture finanziarie per evitare l’aumento dell’Iva, si scontra con la reale sofferenza dei ceti popolari, che più hanno subito il peso della lunga crisi.

La seconda si riferisce alle privatizzazioni (le quote di Poste e di Ferrovie) dove una parte del governo frena, ma che appartengono al pacchetto di riforme che l’Italia deve presentare a Bruxelles. Fisco e lavoro (referendum Cgil sui voucher) sono destinati ad occupare la scena su questioni che chiamano in causa l’identità e la tenuta del Pd, a partire da una base dem che ha buoni motivi per sentirsi spaesata.

Il governo è costretto a muoversi con pochi margini, sostenuto da alleati-coltelli e in definitiva condizionato da un Pd in affanno. Ma anche dietro l’angolo non spuntano soluzioni convincenti.

Non c’è all’orizzonte una finestra di opportunità sulla nuova legge elettorale, tanto più che Renzi e Berlusconi non cedono sulla presenza dei capilista bloccati. In assenza di norme che rendano omogenea l’elezione alla Camera e al Senato, si andrà al voto con un proporzionale non frenato da correzioni maggioritarie: l’anticamera di un’ulteriore frammentazione. Mentre si discute molto sul «quando» delle elezioni e poco sul «come», il rischio è che la prossima legislatura abbia già in sé la cifra dell’instabilità e della precarietà. Un ripiegamento che assomiglia a una crisi di sistema.


© RIPRODUZIONE RISERVATA