La delusione dei neri
negli Usa post Obama

Quando Barack Hussein Obama, primo presidente nero (anche se, in realtà, figlio di uno studente del Kenya e di una «figlia dei fiori» del Kansas) andò al potere nel 2008, ci furono nella comunità afro-americana incredibili manifestazioni di giubilo. Sapevano che, in buona parte, il trionfo di Obama era merito loro: da Harlem al Mississippi, da Washington alla sua Chicago, milioni di neri che non avevano mai votato in vita loro si erano registrati come elettori e poi erano corsi alle urne, prima per battere Hillary Clinton nelle primarie e poi John McCain nelle presidenziali. La stessa cosa è avvenuta, anche se in misura minore, nelle elezioni del 2012 che assicurarono al loro beniamino un secondo mandato. Dopo avere ottenuto grazie a Martin Luther King (e al presidente Lyndon Johnson) l’abolizione delle ultime leggi razziali, e una serie di misure – come l’accesso privilegiato alle università – che dovevano aiutarli a colmare il ritardo accumulato a causa della loro storia, gli afro-americani, contavano di strappare sotto Obama l’eguaglianza sul posto di lavoro.

Non è stato così: a parità di funzioni, i neri guadagnano ancora meno dei bianchi (e degli asiatici, che li hanno superati nella gerarchia sociale) e hanno un numero di disoccupati doppio di quello delle altre comunità. La cosa dipende indubbiamente anche dalle condizioni di vita dei ghetti e da altri fattori sociali e sotto Obama i progressi sono stati quasi inesistenti. Molti leader della comunità si sono lamentati che egli abbia dedicato troppo poca attenzione ai loro problemi, e hanno un feeling molto maggiore con sua moglie Michelle, autentica afro-americana e first lady esemplare. Infatti i neri non hanno dato molto retta al presidente quando li ha esortati a ripetere la performance del 2008 e trasferire i loro voti su Hillary, che poi ha perso.

Ma c’è di più: secondo molti analisti, è stata proprio la presenza alla Casa Bianca del primo presidente nero a suscitare nella popolazione bianca una in parte inconscia, ma in parte anche razionale, reazione razzista su cui Trump ha spregiudicatamente costruito la sua vittoria. Il neopresidente, pur essendo un irreducibile avversario della immigrazione, non ha mai attaccato direttamente gli afroamericani, ma per lui hanno fatto campagna non solo il Ku Klux Klan, ma buona parte delle organizzazioni di destra, e la percentuale di bianchi che hanno votato per lui, soprattutto nel Sud e nell’America rurale, è stata schiacciante. Per completare il quadro, molti dei suoi ministri e consiglieri, a cominciare dal titolare della Giustizia Jeff Sessions, non possono certo essere considerati amici della comunità afro-americana.

Un’altra prova che, sotto Obama, i rapporti tra bianchi e neri sono peggiorati è stata la raffica di uccisioni di giovani neri, spesso per futili motivi, da parte della polizia nell’ultimo anno del suo mandato. Dopo la vicenda di Ferguson, che provocò una mezza rivolta e indusse la minoranza di colore a fondare la associazione «Black lives matter», le vite dei neri contano (che purtroppo ha raccolto anche molti estremisti, nostalgici dei tempi delle famigerate «Pantere nere»), si è verificata un’altra mezza dozzina di episodi simili. Lo stesso Obama, nel discorso di addio pronunciato martedì sera nella sua Chicago, ha detto che «indeboliamo la nazione se definiamo alcuni americani più americani di altri» e ha riconosciuto che il Paese soffre ancora di «razzismo, diseguaglianze sociali e di una disposizione mentale negativa». Uno stato di cose che non è certo destinato a migliorare sotto la nuova amministrazione.

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