La doppia morale dell’Italia in panne

La doppia morale
dell’Italia in panne

La parola d’ordine sarà «ritmo». Beato Matteo Renzi che nel suo inguaribile ottimismo vede l’Italia danzare sulla battigia come Gassman nel «Sorpasso». La sensazione è che il premier cominci a vivere dentro un film e chieda al Paese di seguirlo come quei condottieri da cinemascope che a un certo punto montano a cavallo e tengono il discorso decisivo.

Il nemico è alle porte? Il meteorite sta per distruggere la terra? La nostra squadra sta perdendo tre a zero? Arriva il momento di Al Pacino in «Ogni maledetta domenica», ecco il discorso che ridarà morale a tutti, che ci farà sentire di nuovo fratelli, che ci accompagnerà come una colonna sonora nella stagione della riscossa.

Vorremmo credergli, ma di solito non funziona così. Anche se dicendo «Alleno l’Italia e la motivo» il presidente del Consiglio dà l’idea di esserne convinto, i problemi economici, politici, sociali materializzatisi in questo 2014 assai litigioso non sembrano facilmente eliminabili nel 2015 della riscossa ritmica. L’Italia ha consolidato soltanto il declino e la speranza di una rinascita alberga più nelle famiglie, nelle piccole aziende che combattono tutti i giorni, nelle associazioni di volontariato, in coloro che allungando la mano avvertono il calore della mano dell’altro che la stringe, piuttosto che in un sistema democratico privo di slanci, prigioniero dei propri privilegi, incapace di riformarsi per ripartire.

Renzi sembra in buona fede, ma senza una consistente inversione di tendenza sarà costretto ad assommare chiacchiere a chiacchiere. Meglio lui del tecnocrate Monti incoronato a Bruxelles; meglio lui dell’impalpabile Letta che per accontentare tutti era disposto a rimanere immobile in eterno (pur aumentando in silenzio le tasse). Renzi s’è mosso, ha provato a dare la scossa, ha smascherato i potentati conservatori come la burocrazia ministeriale e la Cgil (stessa pasta ai vertici), ha negoziato con l’Europa un rigore meno siberiano. Ma con il deficit pubblico al 136% del pil non andrà da nessuna parte. Eppure è tutto così chiaro: il debito pubblico è per pura derivazione lessicale da ascrivere allo Stato, al comparto pubblico, quindi sta al pubblico operare quei sacrifici necessari per contenerlo. Le famiglie hanno già abbondantemente dato.

L’anno si chiude con una querelle illuminante: può, alla luce del Jobs Act, il dipendente pubblico essere parificato al dipendente privato, per esempio nella licenziabilità? La risposta dovrebbe essere lampante: sì. Anche perché un sì grande come la Costa Concordia spiaggiata al Giglio lo ha dato la Corte Costituzionale qualche mese fa, quando lo stesso quesito fu posto a proposito delle pensioni d’oro tagliate ai funzionari dello Stato e ai giudici. Allora la Consulta bocciò il provvedimento con questa motivazione: «L’irragionevolezza non risiede nell’entità del prelievo denunciato, ma nella ingiustificata limitazione della platea dei soggetti passivi. La sostanziale identità di ratio dei differenti interventi di solidarietà, poi, prelude essa stessa ad un giudizio di irragionevolezza ed arbitrarietà del diverso trattamento riservato ai pubblici dipendenti, foriero peraltro di un risultato di bilancio che avrebbe potuto essere ben diverso e più favorevole per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica, anche modulando diversamente un “universale” intervento impositivo». Traduzione dal burocratese: il taglio sarebbe stato in piedi se richiesto a tutti, non solo ai dipendenti pubblici. Perfetto. Allora la licenziabilità sta in piedi se richiesta a tutti, non solo ai dipendenti privati.

Ovviamente, sulla faccenda il governo ha giocato a scaricabarile e i ministri del settore economico sono rimasti con la faccia al vento. È la doppia morale dell’Italia in panne. Ora Renzi spiega che tutto si risolverà in un prossimo decreto tagliato su misura per il pubblico impiego, ma la figuraccia rimane. E la sensazione d’aver dato definitivamente corpo a due società - quella pubblica di serie A e quella privata di serie B - è un pessimo viatico per il 2015 italiano da affrontare a pieno ritmo. Con una domanda magari banale ma sulla bocca di tutti: a correre dovranno essere ancora una volta i soliti. Buon anno, ma è meglio andare a dormire con le scarpe da jogging.


giorgio.gandola
Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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