La forza di uomini uniti dai valori

La forza di uomini
uniti dai valori

Cinque metri, forse meno. Cinque metri senza guardie del corpo né interpreti in mezzo, a dividere il leader palestinese Abu Mazen dal premier israeliano Netanyahu. Anzi a unirli, accanto agli altri leader del mondo, nel dire no al terrorismo islamico. Momento solenne e simbolico nel pomeriggio freddo di Parigi. Una stretta di mano ideale che dovrebbe indurre le persone di buona volontà a camminare nella stessa direzione, da Place de la République sino a un luogo in cui costruire la pace. Questo è il significato politico della grande marcia nella capitale ferita di Francia.
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Tutti insieme per respingere il sangue e il terrore, oltre due milioni di uomini e donne determinati a far valere le ragioni dell’integrazione, della convivenza. Risposta imponente, tutto l’Occidente schierato accanto a Hollande e al presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che in una settimana ha pianto più di duemila morti dopo gli assalti di Boko Haram, l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di imporre il Califfato in Africa. E poi cristiani-musulmani-ebrei messi in fila con un trattino che mai come in questo momento vorremmo essere fortissimo collante.

Camminare insieme è fondamentale non solo per farsi coraggio. È decisivo per far capire a chi crede nella strategia del terrore che nulla potrà piegare una civiltà millenaria costruita sulla libertà di pensiero e di espressione.

È decisivo per togliere gli alibi a chi non vuole schierarsi e oggi «non è Charlie» per il potere del dollaro, le ingiustizie del mondo o perché il suo vicino di marcia non è politicamente corretto (troppo comodo). È decisivo per risvegliare coscienze sopite dalla pigrizia del benessere e dalla convinzione che ogni conquista sia scontata. È decisivo per dare forza all’Islam che lotta per la pace. Risuonano ancora le parole del premier egiziano Al Sisi nell’Università del Cairo: «È inconcepibile che l’Islam sia diventato fonte di ansia, di pericolo, di morte e distruzione per il resto del mondo». E agli imam: «Siete responsabili di fronte ad Allah, il mondo intero sta aspettando il vostro prossimo passo».

Camminare insieme con i musulmani contro il fanatismo degli uomini neri è fondamentale, ma non basta ancora. Mentre l’Isis cominciava a massacrare gli infedeli (che saremmo noi, senza distinzione fra destra, centro e sinistra) e ad annettere regioni in Iraq, in Siria, in Sudan, in Nigeria i leader oggi in marcia non hanno fatto tutto ciò che sarebbe stato in loro potere dal lato diplomatico e da quello militare. Troppo passivi, troppo pigri, troppo sdraiati su logiche mercantili che dividono – gli interessi della Francia non sono uguali a quelli dell’Italia e della Germania – invece che allineati su principi di civiltà e di democrazia che uniscono. Così la globalizzazione della Jihad ha preso piede e l’Islam radicale omicida che si autosantifica è diventato una calamita globale per sbandati e psicopatici. Sappiamo ciò che odiano i mandanti degli assassini di Parigi: l’educazione, la tolleranza, la libertà di pensiero, i bambini, le donne, i gay, le altre confessioni, gli atei e i musulmani che rifiutano cappuccio e kalashnikov. Sappiamo anche ciò che amano: la morte e la sopraffazione.

Ieri, assistendo alla marcia di Parigi, ci ha fatto riflettere una frase di Domenico Quirico, il giornalista che per mesi fu prigioniero dei jihadisti. «Scordatevi la questione palestinese, non c’entra più nulla. Nei sogni del Califfato la Palestina non dovrebbe più neppure esistere, non ce ne sarebbe bisogno. Quella dell’Isis non è più una sfida terroristica, ma militare. Questi guerriglieri ammazzano gente innocente, come faceva Al Qaeda, ma in modo diverso e per scopi diversi». Contro questo nemico è indispensabile moltiplicare il lavoro di intelligence e diffidare dell’«exception culturelle», per dirla alla francese. Perché i nuovi terroristi non fanno differenze politiche e perché i servizi segreti francesi si sono addormentati. Gli assassini di Parigi non avrebbero potuto entrare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, erano sulla lista nera. Ma in Francia hanno vissuto indisturbati per anni.

Tutto questo ci racconta la marcia nel cuore di Parigi. E ci sussurra soprattutto che il nuovo, terribile nemico va combattuto senza distinguo di setta o di partito. Contro la Grande Peste si lotta insieme, considerando che i valori comuni non sono un peso ma una forza. Le sfumature vengono dopo. Camus avrebbe marciato con Céline.


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