La grande bellezza
della nostra città

Fu buon profeta per quanto riguardava il futuro delle Mura di Bergamo il podestà conte Pietro Moroni quando, nell’aprile del 1826, guardando dall’alto il baluardo di San Giovanni che stava rovinando ne raccomandò l’immediato ripristino. Chi lo accompagnava annotò quanto disse nell’occasione: «Le Mura dell’alta città di Bergamo meritano per la loro bellezza, solidità e felice esposizione di essere possibilmente conservate». Da allora più nessuno mise in discussione l’assunto. Dopo quasi due secoli la poderosa cerchia c’è ancora tutta: bella, solida, affascinante nel suo rapporto con la città. Un monumento unico, tanto da richiamare l’attenzione dell’Unesco e ricevere ieri l’ambito riconoscimento di «patrimonio dell’umanità».

La grande bellezza della nostra città

(Foto di Maria Zanchi)

Bergamo era entrata in possesso delle Mura un anno prima del crollo. Perso ogni valore dal punto di vista militare con l’arrivo dei francesi (ma già Venezia vi aveva rinunciato mantenendovi solo una esigua guarnigione), la dominazione austriaca non era stata da meno. Anzi, con il regno Lombardo-Veneto il demanio austriaco aveva posto in vendita gli spazi dei baluardi e le porte riservandosi tuttavia la proprietà della cerchia murata. Furono battuti all’asta il 28 gennaio 1825 e aggiudicati al Comune per la cifra di lire 6.329,21. Era stabilito che non si potessero «cavar pietre o materiali». Obbligo che un capomastro, al quale erano stati appaltati i lavori per il seminario di inizio Ottocento, si guardò bene dal rispettare. Nel suo singolare diario Michele Bigoni, campanaro della Torre civica, il quale andava annotando quanto avveniva in città quasi che dall’alto del Campanone potesse osservare meglio gli eventi cittadini, registra come fossero state tolte «senza discrezione delle grossissime pietre di opera», che ora immaginiamo siano da qualche parte nelle fondazioni dell’edificio sul colle di San Giovanni. L’ampiezza del crollo fu tale da lasciare «mostruosissimo e pericoloso il rimanente muro».

Se n’era accorto Costantino Capitanio, architetto d’ufficio del Comune, il quale già aveva messo sull’avviso gli amministratori. Per un po’ nessuno si era preoccupato di intervenire. Questa volta il sopralluogo del podestà fu decisivo. Se seguiamo il suo esempio e ci affacciamo dal baluardo di San Giovanni sulla sottostante via Tre Armi si noterà che il redondone, ossia quella specie di robusto cordolo di pietra che sporge dal muro e che avrebbe dovuto rendere difficile la scalata agli assedianti, ha un andamento irregolare. Quasi che il rivestimento, togliendo materiale alla base, fosse scivolato in basso per un tratto. Il ripristino fu fatto a regola d’arte consentendo tre anni dopo di avviare un cantiere destinato ad avere un ruolo fondamentale nella viabilità di Bergamo alta e nell’utilizzo degli spalti a mezzogiorno. Si trattava di costruire la strada tra Porta San Giacomo e Porta Sant’Alessandro. È difficile immaginare il cambiamento del luogo dopo questi lavori. Venne rimossa una gran quantità di terreno e di pietre in corrispondenza del colle del Seminario con un intervento passato alla storia come il «taglio» di Colle Aperto, che richiese anche la demolizione e modifica di un tratto del bastione Sant’Alessandro.

Oggi ci si lamenta dei ritardi con cui vengono portate a termine le opere pubbliche, ma anche allora non si era da meno. Solo nel 1841, ossia dodici anni dopo, il cantiere venne portato a termine con un grande risultato. La nuova strada andava a collegarsi a quella già esistente tra le Porte Sant’Agostino e San Giacomo consentendo a carrozze e carri di poter fare ingresso nell’alta città senza più cimentarsi con le ripide strettoie di via Porta Dipinta e di via San Lorenzo. Il Comune non si limitò a risolvere problemi di viabilità. Il possesso degli spalti gli consentirono opere che oggi potremmo chiamare di arredo urbano. Già sullo spalto di San Michele, più tardi noto anche come dell’Acquedotto, esisteva uno spazio pianeggiante all’ombra delle piante dove dalle case e dai palazzi la gente scendeva per incontrarsi e passeggiare. Alcuni disegni d’inizio ’800 mostrano uomini con tuba, donne in crinolina, cavalieri e carrozze che s’incrociano lungo la strada tra le Porte Sant’Agostino e San Giacomo. La banda della guarnigione vi tiene concerti e salgono ad ascoltare pure gli abitanti dei borghi. Il primo giardino pubblico cittadino nasce qui, sulla piattaforma di Sant’Andrea comunemente chiamata spalto delle Cento Piante. Prima i platani, poi gli ippocastani incorniciano l’alta città. È intervenuta un’altra importante trasformazione. A poco a poco scompaiono terrapieni e cannoniere che ingombravano i bastioni. Tutti gli spazi dei bastioni sono liberi e il terreno viene spianato. Se ne vanno i pastori che nei trasferimenti tra pianura e montagna vi sostavano con le greggi.

L’Ottocento è ormai lontano quando, sistemato l’intero circuito e rialzate un po’ le curve, nel 1935 si corre il gran premio automobilistico. Ma le Mura non sono ancora un’attrattiva turistica. Lo diverranno in epoca recente con i restauri, l’apertura delle cannoniere, le visite guidate alla scoperta dei sotterranei dove qualcuno vorrebbe si celasse ancora qualche mistero. Certo, lontani i tempi quando offrivano riparo a qualche senza dimora di un secolo fa e più. Sul far della sera si salutavano: «Indò a dormì alla cà di baloarcc». E si avviavano verso le Mura, dove l’antro umido di una sortita poteva offrire qualche riparo.

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