La lezione austriaca contro il populismo

La lezione austriaca
contro il populismo

Oggi sapremo esattamente chi ha vinto le elezioni per la presidenza della Repubblica in Austria. Decideranno le circa 750 mila lettere elettorali che sono state inviate via posta. Su quelle non si possono far pronostici, da qui l’incertezza. Una cosa è certa: chiunque vincerà lo farà per pochi voti.

Da qui alcune considerazioni politiche. L’affermazione della Fpö, come partito di protesta e con ambizioni di governo è un dato di fatto. Il suo avversario, il verde Alexander Van der Bellen, si è dimostrato un tenace e abile candidato in grado di attirare i voti degli incerti e anche del ceto medio che ha girato le spalle ai partiti istituzionali.

Popolari e socialdemocratici sono fuori dai giochi. Con una colpa: hanno governato in tutti questi anni al ribasso evitando i punti di attrito. Anziché affrontare di petto i problemi che angosciano i cittadini, vedi insicurezza sociale, aumento della precarietà, distanze crescenti fra chi ha già e chi ha sempre meno, hanno privilegiato gli apparati. Il quieto vivere ha ispirato la loro azione: mentre il mondo cambiava a Vienna non se ne accorgevano. In Europa si levano voci di allarme per il timore che i partiti anti euro e anti Unione vadano al potere e portino a termine un processo di uscita dalla valuta comune. Un’ipotesi possibile, quest’ultima, per i Paesi del Centro e Nord Europa. In ragione della stabilità finanziaria e dei bilanci in ordine, il costo di un abbandono non sarebbe così tragico come per esempio nel caso italiano. A Sud delle Alpi il peso del debito unito alla scarsa crescita e alla produttività inadeguata porterebbe il Paese all’insolvenza.

Detto questo, è un’ipotesi remota credere che l’ascesa alla presidenza austriaca di Norbert Hofer possa generare delle spinte destabilizzanti. Se mai sarebbe il contrario perché l’elettore austriaco è sempre attento all’equilibrio dei poteri e se alla Hofburg dovesse sedere il candidato Norbert Hofer difficilmente alla Cancelleria andrebbe un suo compagno di partito. Quando tra il 2000 e il 2007 al governo vi era la Fpö con i popolari di Wolfgang Schüssel, alla presidenza della Repubblica sedeva un socialdemocratico. Ricordiamo il trattamento che allora l’Europa riservò al cancelliere accusato di aver portato alla guida del Paese dei nostalgici nazisti. Un terrore mediatico che non sortì nulla. Era l’Europa delle dichiarazioni di principio, cara al presidente francese Jacques Chirac. Tutta retorica bolsa che ha contribuito non poco alla crisi che l’Unione Europea sta ora vivendo.

Il governo austriaco rimase nel pieno delle sue funzioni e il pericoloso alleato si inserì perfettamente nel contesto istituzionale. Anzi, la mossa di Schüssel si rivelò vincente perché portò alla crisi degli alleati populisti lacerati dalla necessità di essere forza di governo ed al contempo di protesta. La lezione è stata imparata. Nel vicino Baden Württemberg in Germania i verdi sono maggioritari e governano il Land con la Cdu come alleato junior. Anche qui una rivoluzione perché i partiti istituzionali per eccellenza Cdu e Spd sono ai minimi storici e neanche alleandosi avrebbero ottenuto la maggioranza al Landtag.

Cosa dice il neo eletto presidente verde Winfried Kretschmann? Io non guardo i partiti populisti, guardo i loro elettori. Chiedono sicurezza e i cristiano-democratici che hanno un elettorato sensibile al tema hanno potuto concentrarsi sull’ordine pubblico con l’appoggio degli alleati verdi. Morale, la legge viene fatta rispettare senza i tabù del politicamente corretto e al tempo stesso il Land di Bosch, di Mercedes e Porsche avanza sulle frontiere dell’innovazione ma non a danno dell’ambiente. Ecco come tagliare l’erba sotto i piedi del populismo.


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