La politica debole Un cattivo affare

La politica debole
Un cattivo affare

Il cittadino arrabbiato è un prototipo di questa epoca complicata. La crisi economica e il caos del disordine mondiale hanno reso instabile il vivere quotidiano, alienando le certezze che per decenni hanno protetto il ceto medio. Ci sono valide ragioni per accreditare quel prototipo: la globalizzazione ha esaurito la spinta propulsiva evidenziando oggi le sue tare, a cominciare dall’allargamento della forbice nella distribuzione della ricchezza. La politica fatica a dare risposte adeguate, non semplicemente reattive e di corto, incerto respiro. La democrazia inoltre è lenta per natura, «non corre - scriveva già due secoli fa Alexis de Tocqueville - e ci vuole più di un giorno per decidere del benessere dei cittadini».

È una forma di organizzazione «sempre meno in grado di governare i processi tecnologici, industriali e finanziari globali, che tendono a svuotare di significato i suoi istituti» rileva la rivista di geopolitica «Limes», nel recente numero intitolato «Chi comanda il mondo», lettura utile per comprendere le attuali reali gerarchie del potere planetario.

Nel dibattito pubblico non c’è traccia di questo snodo decisivo per il destino delle democrazie occidentali. Il cittadino arrabbiato ha la politica come obiettivo principale delle sue invettive. Su questa tensione del resto hanno lucrato in questi anni una parte della (nuova) politica e dei media, alla ricerca di consensi nel «mercato del malumore» vestendo i panni di giustizieri. Con effetti preoccupanti. «In Italia sta nascendo una società giudiziaria: ci deve preoccupare questa concezione autoritaria» ha detto nei giorni scorsi Luciano Violante, magistrato prima di intraprendere la strada della militanza partitica. Per il senso comune la politica è inetta e corrotta, un discredito generalizzante che rompe il patto di fiducia sul quale si reggono le democrazie rappresentative. Pensare di riformarla per via giudiziaria è un’illusione pericolosa, come insegna la traiettoria di «Mani pulite»: è un’evidenza condivisa da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione, e da Francesco Caringella, consigliere di Stato, nel libro appena dato alle stampe «La corruzione spuzza» (il titolo prende a prestito una definizione di Papa Francesco). «Non è compito delle indagini giudiziarie - scrivono i due magistrati - correggere i costumi, moralizzare la società, migliorare l’etica collettiva. I magistrati devono solo giudicare comportamenti specifici, senza educare qualcuno o insegnare qualcosa. Non devono formulare giudizi universali sulla politica e non sono chiamati a elaborare un sistema di valori e di princìpi da propagare con la forza delle sentenze». Alla stessa conclusione su «Mani pulite» è arrivato anche un protagonista di quella stagione, l’ex pm Gherardo Colombo. Settimana scorsa, durante un convegno a Merate (Lecco) per i 25 anni dalla più grande e capillare indagine italiana sulla corruzione, ha detto che «quello che è successo con l’inchiesta è la prova scientifica che è impossibile battere la corruzione diffusa attraverso la giustizia penale, serve altro, a cominciare dall’educazione nelle scuole». Di questa convinzione l’ex magistrato ne ha fatto un compito: oggi frequenta altre aule, quelle scolastiche appunto, per spiegare agli studenti il significato delle regole, anche di quelle all’apparenza secondarie e quindi ritenute violabili, della loro utilità per una buona convivenza.

Cantone invece è ancora nella trincea dell’anti corruzione, dalla quale esprime una preoccupazione che vale la pena annotare: l’attuale condizione di debolezza della politica offre più spazi al malaffare. E la risposta non può che arrivare dalla politica stessa, dalla sua responsabilità di definire le regole, di selezionare una classe dirigente adeguata, di affermare il proprio primato rispetto alle burocrazie amministrative, di valorizzare le esperienze positive della società.

L’onestà è un prerequisito, non un obiettivo programmatico. E c’è una forma di onestà della quale oggi si sente un gran bisogno: non è solo quella del rispetto delle leggi e dell’avversione al malaffare, ma di un discorso pubblico che assecondi il buon senso e non il senso comune, che sappia dire parole di verità senza la preoccupazione del consenso immediato. Ad esempio riconoscendo che i privilegi sono fuori dal tempo ma che la politica ha un costo economico, che (ad esempio) incide sulle nostre tasche molto meno di quanto pesino le mancate liberalizzazioni osteggiate da lobby e corporazioni. L’alternativa è continuare a navigare a vista, in balìa degli umori peggiori e del credito che riscuotono in troppe arene mediatiche.


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