La politica si faccia un esame di coscienza

La politica si faccia
un esame di coscienza

Nessuno è autorizzato a stupirsi. E neppure a strumentalizzare le parole pronunciate ieri dal Papa all’udienza sull’aborto. La politica è meglio che si tenga lontano e faccia un esame di coscienza. Il Papa ha ribadito la posizione immutabile della Chiesa sull’aborto. Lo ha già fatto più volte. Ieri ha usato solo parole più forti, spiegando che interrompere una gravidanza «è come affittare un sicario per risolvere un problema». Qual è il problema per il quale si ricorre all’aborto? Il problema sono i parametri errati con i quali si giudica chi è degno di vivere. Hanno nomi precisi: denaro, potere, successo.

Chi, nelle nostre società competitive e fortemente ostili verso i perdenti, non ce la fa o rischia viene scartato. La legislazione sull’aborto è diventata uno strumento perfetto per evitare un problema o per risolverlo. Non posso permettermi un figlio, ho già tanti problemi, costa troppo, disturba la carriera. Alzi la mano chi almeno una volta non abbia sentito questi ragionamenti. Sono frutto di atteggiamenti culturali che nascono sulla base di parametri errati di valutazione della vita. Ci si chiede se sia opportuno, si fa il conto di ciò che un bambino potrà avere e si giudica sulla base di un paniere traboccante. I numeri degli aborti sono drammatici.

Ogni anno sparisce una città di medie dimensioni in Italia. E nessuno che si interroghi seriamente. La legge 194 ha un titolo che molti dimenticano: «Norme per la tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza». La seconda parte viene applicata, la prima viene elusa. Perché se ci fossero norme a tutela della maternità nessuno sceglierebbe di abortire. Il «problema» è la mancanza di politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto. Il «problema» è il valore che si dà alla vita, oggi misurato da cifre che impongono la soglia dello scarto. Il «problema» sono i calcoli di opportunità. Nessuna donna abortisce con spensieratezza. C’è una legge che lo permette e sembra che tutto finisca lì, perché il diritto è salvo così come l’autodeterminazione. Qualche anno fa il Parlamento italiano a larga maggioranza, destra e sinistra, cattolici e laici, approvò una mozione sul «diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire», favorendo politiche che ne rimuovano le cause. Che fine hanno fatto il concetto e le politiche? I consultori servono per certificare e non per trovare il modo per rimuovere «il problema». Sui consultori non si investe nemmeno un euro anche tra quelli trovati in deficit.

È dunque inutile alzare bandiere per la difesa della vita in assenza di qualsiasi scelta politica a favore della vita. Vale anche per i malati e i disabili. Nessuna meraviglia, perché non c’è un aborto buono e uno cattivo. Anche sopprimere un feto perché è stata individuata la sindrome di Down è, come ha detto il Papa, «farne fuori uno». Frettolosamente si consiglia l’aborto, perché si ha paura di affrontare il problema, perché l’efficienza personale e di coppia verrebbe messa in crisi, perché la mentalità che prevale è discriminatoria per gli immigrati come per i disabili. Il problema non sono le diagnosi prenatali, ma è l’uso che se ne fa. Tutti proclamano amore per i disabili e promettono politiche e denaro. In realtà, per restare alla sindrome di Down, l’80 per cento dei bambini con questo difetto cromosomico viene abortito. La società non ha soldi per loro, sono un peso, anzi «un problema» per le politiche sanitarie e sociali. I disabili sono sempre accolti a parole, ma braccati e eliminati nei fatti. Meglio pochi euro per affittare un sicario.


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