La ricerca di notizie non può essere reato

La ricerca di notizie
non può essere reato

«Condotte attive finalizzate a procacciarsi pervicacemente e reiteratamente le notizie». La motivazione stilata dalla giuria di un premio giornalistico? No, è l’accusa mossa ad Andrea Cittadini, cronista di giudiziaria del Giornale di Brescia, dalla Procura della sua città. È scritto, nero su bianco, sul decreto di perquisizione della sua abitazione, con sequestro del telefonino e del tablet, eseguito martedì dai carabinieri del Ros, che di solito si occupano di terrorismo e crimine organizzato.

Il giornalista è indagato con l’accusa di aver concorso nel reato di rivelazione di segreti d’ufficio «per aver istigato e determinato ignoti pubblici ufficiali a violare i doveri di segretezza». Le presunte rivelazioni contestate sono relative all’inchiesta sulla scomparsa dell’imprenditore Mario Bozzoli, a Marcheno nel 2015, e a quella sulla fuga di una ragazzina nella Bassa Bresciana.

La vicenda, che ha suscitato l’indignazione e la dura reazione dell’Associazione lombarda giornalisti, del Gruppo cronisti lombardi e dell’Ordine, stimola alcune riflessioni. Si sa che la categoria dei giornalisti ultimamente non gode di particolari simpatie. Si aggiunga la crisi dell’editoria, che impone un complessivo ripensamento del ruolo. Fermo restando il diritto di critica da parte dei lettori (e il dovere di quotidiana e severa autocritica da parte di chi esercita la professione) non è però accettabile che «cercare attivamente le notizie» sia considerato un reato. Nel decreto di sequestro notificato ad Andrea Cittadini la Procura di Brescia scrive che «alla luce della continuatività e della frequenza degli articoli di stampa riportanti notizie di cui dimostra di aver conoscenza, sarebbe del tutto irragionevole ritenere che Cittadini si sia limitato a ricevere occasionalmente, casualmente e passivamente comunicazioni provenienti da fonti qualificate» comportamento inerte e acritico che, evidentemente, la Procura bresciana riterrebbe virtuoso e corretto «essendo invece per converso – proseguono i magistrati – altamente probabile l’esistenza di sue condotte attive finalizzate a procacciarsi le notizie». Riassumendo: anziché aspettare le veline, faceva il suo mestiere.

Gli inquirenti hanno copiato la memoria del telefonino del cronista, a caccia dei nomi delle fonti delle sue informazioni (che nessuno smentisce), in barba al diritto-dovere del giornalista di tutelarle. Un’azione dal sapore dimostrativo, se si pensa a un paio di dettagli. Il primo: non è stato reso noto in che modo gli articoli di Cittadini abbiano compromesso le indagini nei casi contestati (quello dell’imprenditore di Marcheno è tuttora irrisolto, quello della ragazzina sparita si è concluso poco dopo con il rientro a casa). Il secondo: chi coordina le indagini, a fronte di una sgradita fuga di notizie, anziché prendersela con il giornalista avrebbe potuto convocare i pubblici ufficiali in possesso delle informazioni riservate (se tali sono, gli interessati non saranno stati poi molti…) e lavare i panni in famiglia.

Il giornalista che si occupa di cronaca giudiziaria sa che nei palazzi dove si amministra la giustizia è bene entrare in punta di piedi, avendo a cuore non solo lo scoop ma anche il buon esito di inchieste che mirano ad accertare la verità dei fatti. Così come deve sempre ricordare (a se stesso) il rispetto per le persone che nelle inchieste vengono coinvolte (qualche volta travolte) e il principio della presunzione di innocenza che vale per gli indagati. Detto questo, il cronista sa anche di poter pretendere, da qualunque interlocutore, il rispetto per il proprio ruolo, costituzionalmente garantito, che è quello di cercare le notizie allo scopo di informare. Non un reato, ma un’attività svolta nell’interesse dei cittadini e a tutela della democrazia.


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