La seconda Repubblica forse non si è chiusa

La seconda Repubblica
forse non si è chiusa

Chissà se un giorno gli storici dell’Italia contemporanea considereranno questo come l’atto finale della cosiddetta Seconda Repubblica (o, come preferiremmo dire noi, della seconda fase della medesima Repubblica). Già, perché il pronunciamento con cui la Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) ha chiuso definitivamente il «caso Berlusconi» fa scendere un sipario sull’intera vicenda politico-giudiziaria del Cavaliere intorno alla quale - intorno, meglio, alle sue innumerevoli e complicate ramificazioni – l’intera comunità politica e il Paese si sono accapigliati per i vent’anni della Seconda Repubblica dividendosi in colpevolisti e innocentisti, garantisti e giustizialisti, gli uni ferocemente «contro» e gli altri graniticamente «a favore» del protagonista assoluto di quella stagione politica.

Nessuno come Berlusconi nell’Italia del Dopoguerra ha saputo suscitare sentimenti più forti e più contrapposti, appunto nutriti in un senso o nell’altro dalle tormentate storie giudiziarie del medesimo: a cominciare dal famoso avviso di garanzia che la Procura di Milano spiccò nel 1994 e che - via Corriere della Sera - raggiunse Berlusconi mentre, fresco presidente del Consiglio, presiedeva - ironia della sorte - un summit internazionale sulla giustizia. Una storia politico-giudiziaria che, via via, tormento dopo tormento, ha avuto il suo apice nel 2013 quando la condanna definitiva per frode fiscale (processo diritti Mediaset) mosse il Senato a espellere Berlusconi dall’aula di Palazzo Madama in forza della cosiddetta Legge Severino che però era stata approvata dopo il compimento del reato.

Quella espulsione fu una frattura politica e morale: il leader del maggior partito dell’opposizione, uomo capace di raccogliere da solo milioni di voti, veniva cacciato con disonore dalla Camera Alta e con lui venivano come schiaffeggiati i concittadini che in Berlusconi credevano. Una cesura che avrebbe fatalmente portato Forza Italia al declino. Il Cavaliere non si diede per vinto, continuò la battaglia andando fino alla Corte Europea per protestare contro quella che giudicava l’applicazione illecita (in quanto retroattiva) della legge sulla corruzione dei politici. L’attesa della sentenza della Corte divenne così un tormentone: quando arriverà, tornerò alla testa delle mie truppe, prometteva il fondatore di Forza Italia che nel frattempo espiava la pena ai servizi sociali. Nel momento in cui, l’11 maggio di quest’anno, il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli ha restituito «l’onore politico» e i suoi diritti, il Cavaliere e i suoi avvocati hanno deciso che non aveva più senso mantenere il ricorso alla Corte europea (che peraltro se la stava prendendo abbastanza comoda). La richiesta di ritiro è stata accolta dai giudici. Avrebbero potuto ignorare la richiesta e continuare comunque: dovevano pur sempre accertare se in un Paese dell’Unione europea vi sia stata violazione dei diritti umani a carico di un primario leader politico, questione assai delicata che riguarda la «qualità» di una democrazia. Hanno preferito lasciar perdere e finirla qui. Noi però restiamo con l’interrogativo: nessuno ci spiegherà se a carico del cittadino Berlusconi Silvio sia stata fatta o no una forzatura giudiziaria – l’applicazione retroattiva di una legge – per ragioni politiche, cioè per piegare un avversario politico. Ognuno si darà la risposta che preferisce. Come spesso capita nella storia patria, i capitoli non si chiudono definitivamente, i giudizi restano appesi a mezz’aria, i contorni non sono nitidi e da un punto a un altro dell’universo si disegna un arabesco più che una chiara e distinta linea retta.

In fondo, chi può dire che la Seconda Repubblica, se proprio vogliamo chiamarla così, si sia mai davvero chiusa?


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