La sinistra di piazza
porta i voti alla Lega

La fenomenologia del disagio italiano è ormai un genere letterario vicino al genere catastrofico: inondazioni, occupazioni illegali e sgomberi di case, fabbriche chiuse, scontri di piazza con le forze dell’ordine, disoccupazione, «periferie esistenziali», sfiducia nel «bene comune», individualismo selvaggio, il «fai da te» invece che il «fai secondo la legge»...

Mentre tutto sembra affondare, restano a galla ben visibili le inadempienze, le inefficienze, gli scaricabarile. Gli Enti locali hanno favorito per anni un’edilizia di rapina del territorio, con il consenso massiccio di cittadini residenti, lavoratori, sindacati. Scaricano le responsabilità sulle Regioni, le quali scaricano sullo Stato, il quale non è mai identificabile con nessuna responsabilità, perché i governi sono durati mediamente nove mesi nella Prima repubblica, diciassette mesi nella Seconda.

La catena delle responsabilità resta appesa al nulla. Il disagio genera immediatamente la risposta ribellistica del «fai da te»: occupare la casa, la strada, la piazza, la ferrovia, il centro immigrati... Non si tratta di un ribellismo virginale. In filigrana vi si intravede una cultura politica, che viene da lontano, dalle viscere della storia d’Italia, generata da quella che Gramsci chiamò «rivoluzione passiva»: una combinazione di conservazione delle classi dominanti e di ribellismo endemico delle classi subalterne. Soprattutto, non è innocente, perché si intreccia con progetti politici espliciti e gridati.

Il primo è quello di Grillo e Salvini: convogliare in unico fiume limaccioso i rivoli del populismo, del razzismo, della nostalgia delle piccole patrie per abbattere il muro burocratico della diga europea e riconsegnarci al destino povero di Stato-nazione. Su scala europea, la conseguenza sarebbe il ritorno ai nazionalismi, che hanno generato cento anni fa l’immane tragedia della prima Guerra mondiale. È la prospettiva di Marine Le Pen. L’altro progetto è quello della Cgil della Camusso, della Fiom di Landini, di un pezzo della sinistra Pd di Fassina: adesione allo «sciopero sociale», referendum contro l’austerità a egemonia tedesca per raccogliere una massa critica antagonistica, costruire l’unità di classe della sinistra dal basso per «un’uscita cooperativa dall’Euro».

Si tratta di una sinistra neo-nazionalista e antieuropea, che trova anch’essa in Francia i propri punti di riferimento, che Hollande ha provvisoriamente messo fuori dal nuovo governo Valls. Per una singolare, ma non nuova, eterogenesi dei fini, questo secondo progetto porta acqua al mulino del primo, a quanto pare. Nei recentissimi sondaggi di domenica scorsa, il Pd di Renzi perde dal 3% al 5%, la Lega sale dell’1,9% e oltre. L’antieuropeismo di componenti fondamentali della sinistra politica e sindacale va a ingrossare il consenso a forze nazionaliste di destra, il cui leader europeo non è Farage, ma la Le Pen. Landini ha dichiarato «andremo fino in fondo». Fa venire in mente i tristi slogan degli anni ’70: «pagherete caro, pagherete tutto!», «prendiamoci la città» e via delirando.

Il sospetto, intanto, è che Landini e la Camusso finiscano per «mandare a fondo», si suppone involontariamente, la sinistra che c’è. Non si può evitare di notare una regressione, che fa rivoltare Di Vittorio e Lama nella tomba: dal sindacato nazionalmente responsabile e consapevole dei vincoli nazionali e internazionali al sindacato antagonista; dal sindacato forza autonoma dalla politica e semmai legato da cinghia di trasmissione al partito della sinistra al sindacato fondatore di una nuova forza politica della sinistra, fuori e contro il Pd.

Mentre il Pd di Renzi ha cestinato il mito del «nessun nemico a sinistra» e dell’unità della sinistra - che ha fatto fallire il Pd di Bersani - mentre i cattolici hanno sepolto quello dell’unità politica dei cattolici, la Cgil regredisce ai miti fondativi della Prima repubblica e avanza verso il proprio declino.

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