L’abile Benigni che piace a tutti

L’abile Benigni
che piace a tutti

«Però, se anche il mio parroco parlasse così dei Dieci Comandamenti, e del Vangelo e di tutto il resto!». Si rammarica il giovane che ho di fronte. Gli dico di stare tranquillo. Il suo parroco non dispone della televisione, non ha fatto né l’attore né il regista. Insomma non è Benigni e non succederà mai che possa ammaliare lui e gli altri giovani della sua parrocchia, come ha fatto il grande giullare, nei giorni scorsi. Lo spettacolo ha suscitato, infatti, un consenso massiccio e trasversale. E meritato. Non so chi altro, nel mondo dello spettacolo, sarebbe stato capace di tenersi avvinti, da solo, dieci milioni di persone e per quattro ore su un argomento così.

Non soltanto, ma si è respirata un’aria fresca. Il Dio che dà i Dieci Comandamenti non bastona l’uomo, non lo deprime, gli vuole bene. Insomma, le dieci «parole» sono tutto fuorché un’imposizione retriva e autoritaria.

Tuttavia il confronto del ragazzo con il suo parroco ha senso, perché pone in gioco un confronto fra un modo televisivo di parlare di Dio e un modo ecclesiale ed ecclesiastico. Tutti e due parlano dello stesso argomento ma modo diverso e, soprattutto, con esiti disparati. Vale quindi la pena porre, a questo proposito, una domanda banale: perché tutti sono d’accordo? E sono d’accordo su che cosa? Certamente sulle idee più nuove quando Benigni ha parlato di Dio, commentando i primi comandamenti: il «vostro Dio», Dio vicino all’uomo, Dio liberatore, che esalta la libertà umana. Un amico prete non è d’accordo. «Nuove?, mi dice. Ma scherziamo? Tutti i corsi di Vecchio Testamento ce le hanno ripetute, quelle idee, fino alla nausea». «Vero, rispondo io. Il guaio è che quelle cose le sanno solo gli studenti di teologia. Con Benigni l’hanno saputo dieci milioni di persone».

In ogni caso, a parte la discussione sulle relative novità circa l’idea di Dio, le cose si complicano un poco quando si passa ai comandamenti successivi: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai». Benigni è stato abile, come sempre, e gradevole, come sempre, ma nel dire quello che dicono tutti, nel porre il peso della sua bravura per confermare ciò che è condiviso. Così il «non ucciderai» è diventato soprattutto una condanna della guerra. Tutti d’accordo, naturalmente. Il «non ruberai» ha offerto la possibilità di agganciarsi all’attualità: è un comandamento scritto apposto in lingua italiana da Dio, ha assicurato Benigni. Tutti d’accordissimo. Significativo, in particolare, il discorso sul sesto comandamento. Il «non commettere atti impuri» è un trucco della Chiesa. In realtà l’originale diceva «non commetterai adulterio». Vero anche questo. Gli «atti impuri», ha spiegato poi Benigni, sono frutto delle fissazioni sessuofobe dei preti. Dunque, nella vecchia morale, il sesso era solo peccato. Nella nuova morale il sesso è solo buono. A parte qualche adulterio qua e là che, coi tempi che corrono, va più capito che condannato. Tutti d’accordo, naturalmente, ancora una volta.

Insomma Benigni ha presentato come bellissimi i comandamenti ma ha rubato loro quello che, con una parola sola, anch’essa di origine biblica, si chiama profezia. Cioè i comandamenti di Benigni sono graditi perché lasciano intatto quello che trovano e contestano solo quello che tutti contestano. Tante domande infatti nascono. Il non uccidere non potrebbe aprire la porta a una denuncia su come si tratta il corpo, oggi? La vita viene violentata, dappertutto, e non solo quando si spara. Proprio sicuro che rubano solo i politici? Proprio sicuro che la sessualità è solo buona? Dire, infatti, che la sessualità è solo buona per opporsi a una vecchia morale che diceva che era solo cattiva, significa dire che sulla sessualità non c’è nulla da dire. È decisamente un po’ poco.

Il fatto è che Benigni è ormai un monumento e il primo a saperlo è lui. Ora, i monumenti non possono, per nessuna ragione al mondo, permettersi il lusso di rifilare qualche pugno nello stomaco a quelli che si sono radunati per osannarli. Perché, così facendo, finirebbero, prima o poi, per non essere più dei monumenti.


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