L’America in guerra  svolta di Trump

L’America in guerra
svolta di Trump

Dura senza successo da 16 anni, ma la guerra in Afghanistan deve continuare sia per gli Stati Uniti sia per i suoi alleati. Con una vera e propria inversione ad U rispetto al suo programma elettorale, in cui prometteva di porre fine al conflitto iniziato dopo l’11 settembre, Donald Trump ha annunciato ieri nel suo primo discorso televisivo alla nazione dal giorno dell’insediamento che non solo l’America non intende ritirarsi ma invierà più truppe nel Paese asiatico. Quante, il presidente non lo ha detto, ma si parla di 4.000 uomini che andranno ad aggiungersi agli 8.400 che attualmente addestrano l’esercito afghano (più altri 4.600 di vari Paesi Nato, tra cui l’Italia) e compiono saltuarie operazioni di commando contro il nemico.

Siamo lontanissimi dai 100.000 militari che operavano in Afghanistan a un certo punto dell’era Obama, ma Trump si dice persuaso che saranno sufficienti per arginare l’attuale avanzata dei Talebani, che insieme con un piccolo contingente di combattenti dell’Isis sono già in controllo di quasi tutta la parte meridionale del Paese e riescono spesso ad attaccare anche la capitale e portare gli alleati alla vittoria finale. Il presidente si è tuttavia ben guardato dallo specificare che cosa intende per «vittoria». Neppure lui si illude di distruggere il nemico sul campo di battaglia, ma conta almeno di costringerlo ad accettare una pace negoziata che non consenta ai terroristi di trasformare nuovamente l’Afghanistan in un campo di addestramento, come era accaduto ai tempi di Osama Bin Laden. Trump ha elencato tre ragioni per il suo voltafaccia. Primo, che dopo tanti sacrifici la guerra più lunga della storia americana, costata finora oltre 2.000 morti, non può concludersi senza una soluzione duratura e soddisfacente. Secondo, che le conseguenze di un ritiro in queste condizioni sarebbero calamitose, specie dopo quanto sperimentato con il ritiro accelerato dall’Iraq. Terzo, che si aprirebbe un vuoto inaccettabile, aprendo la strada a una concentrazione di terroristi in Afghanistan troppo pericolosa per l’Occidente. Il presidente ha tuttavia specificato che il suo obbiettivo non è di costruire una democrazia a Kabul, come sognavano i suoi predecessori, ma solo di fare l’interesse del suo Paese.

La decisione di tornare a rafforzare il contingente americano è stata quasi imposta a Trump dai suoi generali, allarmati dai recenti successi dei Talebani e dai primi segnali di interferenza iraniana nella zona di Herat, ed è diventata operativa subito dopo la fuoruscita del superconsigliere nazionalista Steve Bannon, principale sostenitore del ritiro. Essa sarà accompagnata da una serie di azioni diplomatiche, sia per cercare di rendere il governo afghano meno corrotto e più efficiente, sia per convincere, con le buone o con le cattive, l’infido alleato Pakistan a non dare più rifugio ai Talebani ed intensificare a sua volta le operazioni militari. Per indurre i pakistani alla ragione, Trump li ha perfino velatamente minacciati di ricorrere all’aiuto del loro arcinemico, l’India. Può darsi che stavolta funzioni, ma fino adesso tutti gli sforzi americani per costringere Islamabad ad uscire dalla sua ambiguità sono falliti.

Il presidente faticherà a fare digerire ai suoi elettori una così clamorosa svolta, anche se ha fatto del suo meglio per sottolineare le differenze del suo piano da quello di Obama e – quasi per addolcire la pillola – qualcuno ha persino ventilato la possibilità di affidare la missione a «contractors», in sostanza a mercenari. Due autorevoli esponenti del suo partito, John Kasich (che punta apertamente a sostituirlo nel 2020) e Rand Paul, hanno già criticato la decisione, e a Washington si attendono anche con una certa ansia le reazioni degli alleati, da un pezzo orientati a tornarsene a casa. Per il governo Gentiloni una grana in più alla vigilia delle elezioni, ma a meno di una decisione collegiale degli altri alleati Nato sarà difficile per l’Italia tirarsi indietro, specie dopo che Barcellona ha riportato la guerra globale al terrorismo in primo piano.


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