Le parole di Salvini «pesano» come pietre

Le parole di Salvini
«pesano» come pietre

Si usa dire che le parole «pesano» o che possono diventare pietre. Modi di dire che vengono alla mente in maniera immediata di fronte alla sequenza di frasi pronunciate nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno - nonché vice premier dell’attuale Governo - Matteo Salvini. Le parole (tra virgolette nelle frasi che seguono) sono state nell’ordine: «è finita la pacchia», riferita agli immigranti irregolari; «una crociera», riferita ai disperati in viaggio verso Siviglia a bordo della nave Aquarius; «purtroppo dobbiamo tenerceli», riferita ai rom di nazionalità italiana.

Tre frasi pesanti nel significato lessicale e, più ancora, nel disprezzo a esse sotteso. Le prese di posizione del ministro dell’Interno – considerate nel loro insieme, nel contesto dell’azione di governo – costruiscono una bozza di «divergenze parallele». Si muovono verso l’alto in una visibile escalation. Definire «pacchia» il fenomeno della immigrazione è discutibile; descrivere come «crociera» l’odissea dei migranti in rotta verso la Spagna è peggio; dolersi di non poter cacciare dall’Italia i rom nostri connazionali è assolutamente esecrabile. In questo caso siamo, infatti, a una forma di discriminazione che contrasta con i principi della Costituzione. E si muovono verso il basso, perché abbassano gravemente la qualità del dibattito politico, gettando benzina sul fuoco su problemi di enorme complessità, in merito ai quali sarebbe necessario il massimo della compattezza dell’esecutivo. Ogni ministro - pur essendo abilitato a operare in autonomia nel perimetro delle competenze del suo dicastero – è parte di un collegio (il Consiglio dei ministri) all’interno del quale vanno discusse e risolte le questioni di maggiore rilievo politico. E nessuno può dubitare che il tema dell’immigrazione sia tra questi e che l’autonomia «funzionale» del ministro dell’Interno in materia non può diventare una sorta di corsa solitaria nella quale l’unico interlocutore è il «popolo».

Vi sono aspetti della questione che investono le competenze del ministro degli Esteri e, più ancora, quello degli Affari europei, ma che – soprattutto - devono trovare una sintesi nel ruolo del presidente del Consiglio, il quale (secondo l’articolo 95 della Costituzione) «dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile» e «mantiene l’unità di indirizzo politico», «coordinando l’attività dei ministri». Il dinamismo di Salvini - che a molti cittadini sembra piacere - è già strabordato in un iperattivismo che rischia di creare squilibri nel governo. Sarebbe auspicabile che il presidente del Consiglio «battesse un colpo» per far capire alla pubblica opinione se concorda con il «suo» ministro dell’Interno, oppure no. Il silenzio diventa, di fatto, acquiescenza, a meno che non si riveli una scelta per rimettere in riga l’indirizzo di governo sulla questione. Ipotesi più sciagurata sarebbe quella – da diverse parti ventilata – che interpreta i quotidiani strappi del ministro Salvini come un modo, ruvido ma efficace, di trascinare l’intero governo (e, di conseguenza, i partiti che lo sostengono) verso le posizioni della Lega. Possibilità tutta da verificare, che dovrebbe cominciare a preoccupare, in primo luogo, l’altro contraente del famoso «contratto di governo», il movimento Cinque Stelle, il quale al momento sembra palesemente subire l’attivismo salviniano.

Al fondo della questione vi è un dato elementare: quali sono i valori che questo esecutivo incarna, quelli xenofobi o quelli che intendono coniugare l’esigenza di sicurezza dei cittadini con i principi basilari del rispetto della dignità umana e della diversità (quando quest’ultima non sia un reale e accertato pericolo per la comunità)?

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