Lega e Parisi
Ritorno anni ’90

Pontida è il luogo dell’orgoglio leghista ed è andata come doveva andare. «Non faccio un passo indietro», esclama Salvini dinanzi ad un popolo più numeroso del solito, ma in realtà rivolto a qualcuno dei suoi e al mai citato Parisi che ha chiuso a Milano il meeting parallelo e alternativo per ricostruire Forza Italia. «Mai più schiavi di Berlusconi» e basta con il cappello in mano, aggiunge il capo leghista durante il comizio-fiume, tutto giocato su una visione del mondo narrata sopra le righe e popolata appunto da schiavi e padroni.

Curiosamente i due amici-nemici, a parte il «no» al referendum costituzionale, hanno in comune da posizioni opposte soltanto il ritorno alla seconda metà dei mitici anni ’90: Salvini sembra replicare i toni della rottura di Bossi con Berlusconi (quello stesso Bossi che ieri ha rilanciato la secessione), mentre Parisi è in marcia per ritrovare lo spirito liberalpopolare di un esordio azzurro scintillante come voti ma non come capacità di governo. Per quanto i tavoli che contano si svolgano al chiuso, le parole di Pontida confermano che la ruspa di Salvini allarga la frattura fra moderati e destra: là il pur deboluccio Parisi con il suo vellutato partito delle buone maniere, qua la Lega pancia a terra che ha scelto come terreno d’elezione la formula alla Le Pen.

Fra Pontida (dove non c’era il forzista Toti) e Milano non s’è visto un filo di dialogo e il progetto di Parisi non è neppure stato preso in considerazione da Salvini che, durissimo con Renzi, ha ripreso i temi classici del populismo: stretta anti immigrati e anti euro, aggiungendo un referendum alla Brexit pure da noi e l’elezione diretta del presidente della Repubblica.

Pontida, che è l’appuntamento dell’identità, si concede da sempre qualche licenza creativa confidando sulle amnesie altrui, ma i toni complessivi di questa tornata, alimentati dalla coincidenza con il ventennale della Padania, in qualche passaggio sono risultati offensivi. È il caso di quel greve striscione ben visibile: «Italia di m…Secessione», passando poi, nel quadro di un paio di mitragliate ai giornalisti, ai fischi e agli insulti a Gad Lerner che se ne stava in prima fila a prendere appunti. Per finire, non da ultimo, all’approccio irrispettoso verso la Chiesa. Salvini, selezionando a suo uso e consumo i buoni e i meno buoni, ha arruolato l’improbabile Papa Ratzinger e, senza farne il nome, ha attaccato Papa Francesco sulla preghiera in comune fra cattolici e musulmani dopo l’assassinio del sacerdote francese. Rivelando in questo modo il tentativo di appropriarsi di pezzi di un magistero a lui ignoto, e che non è strumentalizzabile, e di non voler capire il messaggio religioso dell’iniziativa di Bergoglio. Se tutto questo era in qualche modo scontato, lo è meno la parte che riguarda l’evoluzione interna della Lega: e qui qualche novità c’è. È risaputo il dissenso fra Bossi e Salvini, ma i due lo hanno ribadito in pubblico. Il primo quando ha ricordato che il nemico abita a Roma e non a Bruxelles e che la Lega non diventerà mai un partito nazionale. Il secondo, pur rendendo omaggio al fondatore, quando ha detto di comprendere ma di non adeguarsi.

L’altro aspetto è la ricomparsa di residui scampoli della Lega che fu, con la riaffermazione delle parole d’ordine della prima ora: secessione, autonomia, federalismo, «Roma ladrona», popolo del Nord. Un armamentario lontano dall’agenda della Lega lepenista. Su questo terreno s’è cimentata la vecchia guardia: Bossi, Maroni, Calderoli e anche Zaia. Lo stesso Giorgetti, uomo-cerniera e figura indispensabile del Carroccio, è parso traghettare il bossismo del «padroni a casa nostra», declinandolo con la tutela della sovranità, che è poi la scommessa di Salvini. Sono così uscite tre Leghe (quella storica, la via di mezzo dei governatori e quella salviniana), ma una sintesi ancora incompiuta, o perlomeno un equilibrio da garantire nel tempo: i vertici sono consapevoli di un certo smarrimento nella militanza, dovuta alla fuga in avanti verso l’ignoto allentando nel frattempo i vincoli, anche umani e psicologici, con il ceppo originario. Il primo a saperlo è Salvini, perché la linea oltranzista ha pagato all’inizio ma ora assai meno: l’unità del partito si gioca su questo campo insidioso.

Se Parisi ha bisogno di tempo per il suo progetto, tuttora indigesto ai colonnelli del fronte Nord, il leader leghista ha fretta di incassare i dividendi di una insicurezza carburata dai toni apocalittici e di ribaltare i rapporti di forza con il mondo berlusconiano: deve farlo ora, e sempre con l’elmetto, perché sente il vento favorevole che continua a soffiare e domani chissà, aiutato dalle difficoltà di Renzi (referendum e Merkel) e dalle divisioni di Forza Italia.

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