L’Europa ripiegata
La sveglia di Trump

L’ombrello degli Stati Uniti ha garantito pace e stabilità all’Europa partendo da un insieme di valori condivisi, anche se talvolta il Vecchio continente è stato preso da due sentimenti contrapposti, lamentandosi per la troppa America e, con Obama, per la poca America. Un matrimonio di reciproci interessi e non gratis, ma pur sempre nella cornice di un’alleanza su un progetto comune e su un’idea forte di convivenza civile. E ora con Trump, così diffidente verso le caratteristiche proprie e gli abituali modi di pensare dell’Europa, che succederà? In tempi di abbagli collettivi e di previsioni sballate (dalla Brexit alla stessa elezione dell’outsider americano) disponiamo di poche certezze per scrutare un futuro segnato dall’incertezza e dall’imprevedibilità, tanto più che la tempesta Trump è appena cominciata.

Incertezza, perché l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca piomba nel momento peggiore dell’Europa, un gigante introverso e ripiegato su se stesso in perdita di consensi popolari, sfidato dai nazionalpopulisti, in deficit di democrazia. Questioni troppo grandi per una piccola Europa, piccola in termini di ambizioni, sguardo lungo, capacità solidaristica e di leadership, afflitta da questioni tristemente note: crescita, lavoro, investimenti, terrorismo, immigrazione.

Un’Europa sotto schiaffo, che rimane ai margini di un mondo senza ordine e con pochi punti di riferimento sicuri. Imprevedibilità, per via del carattere istintivo del nuovo mattatore americano che non si sa da che parte prendere e che fin qui ha giocato a dividere gli europei: dal sostegno al divorzio integrale dell’Inghilterra alle strizzate d’occhio ai partiti antisistema. Gli sviluppi forse saranno più accomodanti e riflessivi, perché l’America è sempre l’America e la solidità delle sue istituzioni è tale da contenere anche le esuberanze dello tsunami annunciato. Ma la combinazione fra il nuovo inquilino della Casa Bianca e la crisi europea cambia la prospettiva. L’auspicio europeo era che il Trump presidente sarebbe stato diverso dal Trump candidato, tuttavia il discorso d’insediamento, sul filo di una innovazione rischiosa e chirurgica, non pare aver concesso il beneficio del dubbio: una nuova America meno generosa perché ritiene di aver già dato troppo, scrupolosa curatrice dei propri interessi, titolare di relazioni internazionali basate sui rapporti di forza e sulla convenienza e di una politica economica che gioca le proprie fortune sul protezionismo del «compra e assumi americano». L’America prima di tutto, che promette una mutazione nei rapporti transatlantici, equivale ad una sveglia di proporzioni notevoli per l’Europa, una specie di stress test che impone la scelta fra l’irrilevanza e la crescita come entità politica per uscire da una melanconica solitudine dove ognuno va per conto suo. La preoccupazione, infatti, viaggia con l’idea che questo cambio di fase possa ribaltarsi in opportunità dell’ultima ora, rendendo necessario quel che finora non è stato possibile: ritrovare le ragioni di un minimo comun denominatore, di una ragionevole e sostenibile posizione unitaria. È un quadro fluido e le verifiche saranno impegnative: aspettiamo di vedere ciò che succede in questo 2017 con le elezioni per due pesi massimi (Francia e Germania), più il voto in Olanda e forse in Italia.

Ma, per rimediare gli errori, se non ora quando? Persino un tecnico tranquillo come il ministro Padoan ha detto che il problema dell’Europa è l’Europa stessa, priva di visione e gonfia di austerità dogmatica che ha fornito buoni argomenti ai populisti e al protezionismo, l’estrema risorsa di chi non vuole rispettare le dure repliche della Storia. Piaccia o meno, si volta pagina in un mondo rovesciato (la Cina comunista pro mercato e l’America democratica dei muri per le persone e per il lavoro) che rimette in discussione i pilastri della diplomazia internazionale e costringe a ripensare una globalizzazione a senso unico e che ora presenta il conto. Trump, una visione ce l’ha e non ci porta nel migliore dei mondi possibili. Tocca all’Europa rivendicare il senso della propria Storia, la forza di una cultura che, nel momento in cui finisce sotto attacco e viene dispersa perché indifesa, avremo modo di rimpiangere. Proprio il soccorso di questo colpo d’ala può rendere interessanti i tempi nostri.

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