L’omicidio di Sacko Le schiavitù moderne

L’omicidio di Sacko
Le schiavitù moderne

Ci sono fatti di cronaca rivelatori di fenomeni che ignoriamo o che non generano l’indignazione che meriterebbero. A questa categoria appartiene il delitto di Soumayla Sacko, 29 anni, bracciante e sindacalista, originario del Mali (dove lascia una moglie e una figlia piccola), con regolare permesso di soggiorno. A sparargli (ferendo altri due africani) sarebbe stato Antonio Pontoriero, per vendetta contro i continui furti nell’ex fornace che l’uomo fermato ieri dai carabinieri riteneva fosse ancora sua proprietà. La giustizia stabilirà le responsabilità ma questa vicenda accaduta in provincia di Vibo Valentia ha messo ancora una volta in rilievo le condizioni di schiavitù moderna nella quale vivono migliaia di migranti nel Sud Italia, pagati dai due ai quattro euro all’ora per dodici ore di lavoro giornaliere, senza alcuna tutela contrattuale ovviamente. Raccolgono pomodori o agrumi e risiedono in baraccopoli vergognose, agglomerati di cartone e lamiere dove regnano abusi e sfruttamento.

Coincidenza vuole che questo omicidio sia stato commesso poche ore dopo dalle parole pronunciate dal neo ministro dell’Interno Matteo Salvini, per il quale con il suo insediamento «è finita la pacchia per i clandestini». La maggior parte dei quali conduce peraltro una vita miserabile per strada. E anche tra i regolari come Sacko c’è chi non se la passa bene, considerato solo come braccia.

Ma questo fatto di cronaca ci dice altro, ha giustamente osservato la giornalista Flavia Perina sul sito «Linkiesta»: «Oltre la polemica sui migranti, oltre le narrazioni sulla sicurezza, sui permessi di soggiorno, sui rifugiati e sui clandestini da rimpatriare – ha scritto - ecco, magari sarebbe ora di chiedersi perché certi pezzi di Sud – pezzi molto larghi – sono rimasti uguali a se stessi, indifferenti al cambiamento epocale della società, alle regole, a tutto ciò che altrove è diritto costituito e difficilmente aggirabile. Perché i caporali lavorano alla luce del sole, in tutti i crocicchi della piana di Gioia Tauro, chiedendo il pizzo persino per il trasporto sui campi». Ed è un fenomeno in aumento, tollerato anche da chi dovrebbe combatterlo: come è possibile che le baraccopoli e le organizzazioni criminali che le controllano non siano contrastate, applicando la legge contro il caporalato approvata dal governo Renzi?

Anche al Nord ci sono casi di sfruttamento della manodopera straniera, ma in modalità diverse e più ridotte. Per altro anche nel settentrione esistono forme di schiavitù tollerate, come lo sfruttamento della prostituzione di giovani ragazze (in prevalenza nigeriane, ma anche albanesi) per piaceri nostrani, tenute in scacco da sodalizi malavitosi che gestiscono pure il business del traffico di droga. Queste donne, portate spesso in Italia con la promessa di un lavoro pulito, sono vittime di reati e non autrici. È uno spaccato dell’immigrazione poco dibattuto dall’opinione pubblica, quasi che il destino di queste poverette non valesse una parola di censura perché riguarderebbe un’umanità inferiore. Don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Giovanni XXIII, definiva queste donne «prostituite» e non prostitute, perché vittime, di una macchina che arricchisce le gang.

Ma torniamo al Sud. Il giudizio di Flavia Perina coglie nel segno. Il Tribunale e la Procura di Bari da alcuni giorni sono stati dichiarati inagibili. L’attività è stata trasferita in una tendopoli. È la metafora di una resa, la stessa che accetta le condizioni di vita degli stranieri vittime del caporalato. Una pacchia per il crimine.

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