Lotta all’Isis non resta che alzare la guardia

Lotta all’Isis non resta
che alzare la guardia

Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Svezia e ora Spagna e ieri perfino Finlandia. Alla lista dei principali Paesi europei colpiti da jihadisti più o meno strettamente connessi con l’Isis o con Al Qaeda manca ormai soltanto l’Italia e, se vogliamo, le nazioni dell’Est (dove peraltro la presenza di comunità musulmane è molto limitata). I nostri connazionali hanno perciò tutte le ragioni di chiedersi se siamo destinati a diventare il prossimo bersaglio del terrorismo islamico. Non è certamente un caso che, poche ore dopo l’attentato di Barcellona il ministro degli Interni Marco Minniti – recentemente oggetto di un lungo articolo del New York Times intitolato «Il signore delle spie» per i suoi lunghi rapporti istituzionali con i servizi segreti – abbia convocato una riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, l’organismo che ha contribuito a mantenere l’Italia fuori dalla mischia.

Le cifre confermano che, con il grado di sicurezza ormai stabilmente mantenuto al secondo livello (il primo viene decretato solo in caso di «pericolo imminente»), la vigilanza sia diventata più stretta. Nei primi sette mesi di quest’anno il numero dei sospetti arrestati, monitorati o espulsi è più che raddoppiato e l’esercito è più presente nella protezione degli obbiettivi sensibili. Purtroppo, questi sono troppo numerosi per assicurare una copertura totale. L’Italia è piena di «luoghi simbolici» come il Ponte di Londra, la Promenade des Anglais a Nizza o le Ramblas a Barcellona, che l’Isis sembra ultimamente prediligere per i suoi attacchi. C’è poi da mettere in conto la «prevedibilità zero» degli attacchi dei lupi solitari, ma, nonostante le connessioni con l’Italia dei responsabili dei recenti attacchi in Gran Bretagna e in Spagna, finora siamo stati risparmiati. E tutti, in Italia e all’estero, si domandano come mai.

Ci sono, in proposito, alcune spiegazioni serie, e un certo numero di «fake news» che circolano soprattutto nella rete ma che vengono raccolte e diffuse anche attraverso altri strumenti di comunicazione. La ragione principale è sicuramente l’efficienza dei nostri servizi che, addestrati anche dalla lunga battaglia con il terrorismo interno, stanno facendo da tempo un ottimo lavoro, sia nella sorveglianza dei musulmani radicalizzati di casa nostra, sia nella cooperazione con i colleghi stranieri, in Occidente e nei Paesi arabi. Tre anni fa, per esempio, la collaborazione con i servizi marocchini servì a sgominare, con non meno di 300 arresti, una organizzazione terroristica magrebina che stava progettando attentati alla metropolitana di Milano, alla basilica di S. Petronio a Bologna e a quella di S. Antonio a Padova. Al contrario di altre istituzioni nazionali, i nostri 007 sono considerati universalmente affidabili ed efficienti anche nel fornire preziose «dritte». A livello interno, essi sono anche aiutati dalla assenza nelle nostre città di veri e propri ghetti islamici, come esistono nei Paesi fin qui colpiti e dove possono nascere più facilmente strutture legate all’ideologia terrorista. La nostra immigrazione è più mista e le nostre moschee radicalizzate più rare.

Poi, ci sono altre teorie, molto più fantasiose e spesso inventate ad arte da chi vuole screditare il governo. C’è, per esempio, chi è convinto che l’Italia abbia negoziato un patto segreto con l’Isis simile a quello che i governanti della Prima Repubblica conclusero con i Palestinesi: niente attentati in cambio di una certa tolleranza verso le attività dei terroristi nel nostro Paese purché non dirette contro di noi. Altri sostengono che, se finora gli jihadisti hanno ignorato l’italia è perché la vogliono preservare come ponte indispensabile per la loro penetrazione in Europa, attraverso i barconi dei migranti e non solo. E ci sono anche complottisti di professione che fantasticano di un pactum sceleris tra l’Isis e la criminalità organizzata del Mezzogiorno, legati da interessi comuni. In realtà, l’unica soluzione per evitare di essere i prossimi in lista è di alzare ulteriormente,nei limiti del possibile, la guardia. Siamo fortunati che – in un momento così delicato – ci sia al Viminale l’uomo giusto per farlo.


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