Maestri del morire dunque del vivere

Maestri del morire
dunque del vivere

Non so quanti tra noi, tra tutti noi, lettori e giornalisti, siano in possesso della grandezza spirituale indispensabile per scrivere un pezzo come quello che il neurologo Oliver Sacks, scienziato di gran fama e autore di best seller internazionali, ha consegnato pochi giorni orsono al New York Times.

Sacks racconta di aver appreso, poche settimane prima, di essere giunto al termine della sua vita. La causa: numerose e letali metastasi al fegato, a loro volta conseguenza lontana e sfortunatissima di un tumore raro all’occhio rimosso nove anni prima. Il grande scienziato ha ottantun anni, ma godeva, fino a quel giorno fatale, di una salute di ferro, che gli consentiva di nuotare per almeno un miglio ogni giorno. L’eccezionalità della confessione arriva quando l’autore di «Risvegli», pur non negando di aver paura, ci descrive la sua reazione a quella devastante notizia, comunicatagli presumibilmente in modo sincero.

Pensate che si sia arrabbiato? O che si sia disperato? Che voglia uccidersi? Se è così siete lontani dalla verità: al contrario, Sacks ci dice, e io gli credo, di provare gratitudine verso l’opportunità ricevuta di essere stato un «animale pensante su questo meraviglioso pianeta», di essere felice di aver potuto godere di nove lunghi anni di salute e di fantastica produttività scientifica dopo la prima diagnosi e di essere fermamente intenzionato a vivere il tempo che gli rimane nel miglior modo possibile. Scrive ancora Oliver di sentirsi incoraggiato in questo sforzo dalle parole del grande filosofo scozzese David Hume che, in una circostanza analoga, aveva affermato di non sentirsi spiritualmente provato malgrado il veloce declino fisico. «Provo lo stesso ardore di sempre nello studio e la stessa gaiezza nella socialità», aveva scritto Hume in un giorno di aprile del 1776, quattro mesi prima di morire.

Ama la vita, ama la sua vita Sacks, ma è pronto a lasciarla, ammirandola dalla vetta delle grandi altitudini spirituali che il morire consente e vedendola, da lassù, come un paesaggio ordinato e pieno di intrecci felici, di amicizie, di amori, di progetti compiuti ed interrotti. Una vita alla fine, ma non ancora terminata. Perché Sacks confessa di sentirsi ancora vivo e di avere ancora tante cose da fare nel tempo che gli resta: dedicarsi agli amici, studiare, scrivere, viaggiare se possibile, congedarsi dagli affetti più cari. Non rinunciare insomma ai piaceri più grandi della vita. Eliminando dal proprio orizzonte solo quel che a questo punto appare per lui inessenziale: la politica, il riscaldamento globale, i telegiornali. Non perché Oliver sia divenuto indifferente ai destini collettivi dei suoi simili, perché abbia rinunciato alle sue opinioni, ma perché questi non sono più suoi problemi ora che ha saputo di doversi separare, come prima o poi capita a chiunque di noi, dalla vita e dal futuro dell’umanità. Un futuro che peraltro Oliver immagina in buone mani: quelle delle generazioni più giovani che meritano, per il grande scienziato, tutta la nostra fiducia.

La morte di un individuo è, per un verso, un fatto banale, insignificante per l’equilibrio complessivo del pianeta e per l’avvenire della specie, ma è anche un evento unico e irripetibile: perché quella creatura non potrà essere davvero sostituita. Nel suo corpo, nelle sue realizzazioni, piccole o grandi che siano, negli occhi di chi l’ha amata (pochi o tanti che siano). È questa forse la cifra più contraddittoria e insieme più tragica dell’avventura umana.

Le parole, struggenti fino alla commozione, di Oliver, mi hanno ricordato un altro testamento, quello di don Sergio Colombo. Che iniziava proprio con una frase che Sacks condividerebbe appieno: «Sono felicissimo di aver vissuto. Ho trovato bello il tempo e il luogo che Dio mi ha dato per vivere la mia avventura tra gli uomini. Me ne vado pieno di riconoscenza per tante persone che mi hanno aiutato e insegnato a vivere». Rileggetelo quel testamento. Vi troverete lo stesso atteggiamento, lo stesso fantastico spirito vitale, la stessa grandezza delle parole di Sacks. Due uomini vissuti in due luoghi del mondo completamente diversi, con una vita diversa, un mestiere diverso, probabilmente una fede diversa. L’uno cita spesso Dio, l’altro non lo menziona mai. Per me non fa differenza. Sono due maestri. Nel morire e quindi nel vivere.


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