Manovra al traguardo Polemiche infinite

Manovra al traguardo
Polemiche infinite

La manovra economica 2020, dopo il sì del Senato, sarà approvata definitivamente entro domenica dalla Camera, sempre con un voto di fiducia. I deputati però non potranno modificare il testo licenziato da Palazzo Madama, e così le «letture» da tre che sono sempre state (una Camera discute il testo del governo e lo modifica; l’altra lo riceve e vota la sua versione, poi si concorda e la prima Camera da cui è partito l’iter approva rapidamente in via definitiva) si passa a due (una discute e modifica, l’altra approva senza discutere). Motivazione ufficiale: non c’è tempo, bisogna che la manovra sia pronta per la Gazzetta Ufficiale entro il 31 dicembre. Non c’è tempo, in realtà, perché la maggioranza ha passato ben quarantacinque giorni a litigare dalla stesura del primo disegno di legge (uscito dal Consiglio dei ministri il 30 ottobre) e solo il 6 dicembre si è arrivati faticosamente, dopo dieci ore di vertice ininterrotto a Palazzo Chigi, ad un test finalmente concordato. Quindi il governo si è preso quasi tutto il tempo e il resto lo ha lasciato ad un Parlamento sempre più privato dei suoi poteri.

La maggioranza ha litigato fondamentalmente sugli spiccioli: assodato che di trenta miliardi complessivi ben ventitré andavano a tappare il buco dell’Iva e che tre erano destinati al taglio delle tasse sul lavoro, il resto era marginale. E si trattava perlopiù di mini-tasse (Tobin, sugar, plastic, auto aziendali: tutto rinviato) e di mille micro-provvedimenti a pioggia: dagli incentivi ai monopattini al finanziamento delle celebrazioni del centenario della fondazione del Pci. Naturalmente il meglio sta nel domani e dopodomani: l’aumento dell’Iva spostato al 2022 e l’aumento delle accise della benzina che scatterà nel 2021. Misure contenute nel decreto fiscale che è stato approvato definitivamente dal Senato anche in questo caso, ed è la terza volta in pochi giorni, con il voto di fiducia (in questo caso è stato il Senato ad autoescludersi dalla discussione del testo e ad accettare le modifiche della Camera).

Di fronte a questo taglio brutale dei tempi dell’esame parlamentare, l’opposizione protesta (lo facevano molto rumorosamente anche i grillini quando Renzi o Gentiloni andavano per le spicce) e Salvini annuncia un ricorso alla Corte Costituzionale per «mancanza di trasparenza» nel comportamento del governo. Un annuncio che difficilmente avrà una conseguenza effettiva.

In ogni caso, va finalmente in porto la nave della legge di Bilancio e si potrà in breve mettere un punto. Giuseppe Conte lo ha fissato per gennaio, e di cose da discutere – tutte sospese – ce ne sono tante: dall’autonomia regionale alla riforma della prescrizione, dall’ex Ilva all’Alitalia e alle concessioni autostradali, dal Mes ai vertici Rai. Tutti argomenti difficili da affrontare per qualunque maggioranza ma che diventano quasi impossibile nel caso di un governo dove l’amalgama politico proprio non si riesce a trovare. C’è chi ha contato che ben dieci dei venticinque «vertici» di governo si sono svolti di notte, quando l’attenzione dell’opinione pubblica è ridotta al lumicino. E pochissime di quelle riunioni fino alle ore piccole hanno portato a qualche decisione: il decreto per il salvataggio della Banca Popolare di Bari è una di queste, ma ha come coda avvelenata la commissione di inchiesta sulle banche foriera di tante polemiche, a cominciare dall’elezione del suo presidente. La candidatura ufficiale dei grillini è quella del pittoresco Elio Lannutti, ex impiegato di banca fustigatore di via Nazionale, noto per i suoi tweet antisemiti contro «la finanza ebraica», ma comincia a diventare imbarazzante anche per Di Maio. Pd e Renzi si rifiutano di votarlo ma neanche Grillo, nella sua gita romana, è riuscito a convincerlo a fare un passo indietro. Un’altra grana.


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